15 anni fa il mio coming out: fortuna si ma quanto coraggio

E’ già trascorsa una settimana dal 17 Maggio, la giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia ormai in vigore dal 2004.
Ben 16 anni quindi, ma quanto in 16 anni è cambiato davvero? Nel mio piccolo credo di poter dire la mia considerando che, proprio circa 15 anni fa, facevo il mio coming out in famiglia.

Un coming out che io definisco “coraggioso” perchè fatto in un’epoca in cui di omosessualità si parlava ancora poco e io stessa, prima di scoprirmi lesbica, neanche sapevo dell’esistenza di un’alternativa all’eterosessualità a cui ero sempre stata abituata.

Eppure in molti contestano il mio coraggio, definedomi piuttosto fortunata avendo avuto una famiglia che ha capito e appoggiato la mia scelta. Chiariamoci:non la scelta di essere gay, che scelta non è, quanto la scelta di vivere a pieno il mio orientamento.

Sicuramente mi ritengo fortunata di avere una famiglia accogliente, che sappia ascoltare e sostenermi ma mettetevi nei panni di una diciottenne di quindici anni fa, ancora spaventata e confusa dall’aver appena capito di essere attratta dallo stesso sesso.

Ricordo ancora quando spedii la lunga lettera piena di commozione ed emozioni contrastanti, in preda allo spavento. All’epoca ero in Inghilterra e già avevo elaborato un piano B nel caso in cui i miei mi avessero cacciato di casa. Non si possono descrivere le sensazioni che ti pervadono in quei momenti di attesa. Non si può descrivere la paura di rispondere a quella chiamata in cui sai che dovrai affrontare il discorso per la prima volta.

Ricordo ancora mia mamma e il suo:”Ora non mi diventerai un maschiaccio?!”che mi fece un po’sorridere un po’ capire la quantità di stereotipi di cui il mondo omosessuale è pieno.

Insomma, ora posso dire di essere felice e in pace con me e con la mia famiglia ma non ci siamo risparmiati pianti, silenzi e scontri. Così come per noi capire che qualcosa sta cambiando, o meglio si sta rivelando, è difficile e causa di tanta confusione, anche i genitori hanno bisogno dei loro tempi per abituarsi all’idea che le cose son diverse da come se l’erano aspettate, non peggiori, ma semplicemente diverse.

E non bisogna mai smettere di avere pazienza, di comunicare, aprirsi e parlare di quello che sentiamo con normalità perchè solo così gli altri percepiranno il tuo mondo come simile al loro e non saranno spaventati dalle differenze.

Questo ho imparato dall’esperienza con la mia famiglia e non solo: siamo diversi? Si, probabilmente si. Diversi per orientamento sessuale. Ma le diversità sono tante e variegate, basta soltanto viverle con serenità e trasmettere quella stessa serenità agli altri per far si che non le percepiscano come qualcosa di spaventoso ma come qualcosa di vicino a loro.

Ancora una volta UNIci e UNIversali dunque, diversi nelle nostre peculiarità ma tutti accomunati dalla stessa voglia di amare e di essere amati.

Amate, amate e ancora amate che nel mondo ci sarà sempre chi si opporrà alle vostre scelte, nel mondo ci sarà sempre chi soffrirà del coraggio altrui, nel mondo ci sarà sempre che tenterà di farvi avere ripensamenti. E’ giusto per questo essere tutelati ma è anche giusto non generalizzare e capire che, laddove noi ci porremo come persone sane e serene, ci circonderemo di altrettanta positività.

Siate UNIci, siate UNIversali.

SIATE UNI!

I Puzzle, storia unica di due fratelli e la loro passione per la musica

Come sono belli i giovani che amano il proprio lavoro e quando vivi della tua passione allora si può dire che fai centro nella vita. I Puzzle sono una bellissima realtà in cui una voce limpida e un pianoforte delicato si incontrano per dare vita ad un progetto che profuma di vita e che colora le giornate con simpatia. Raffaele e Andrea Scocozza sono due fratelli ebolitani, annoiati dalla quarantena hanno deciso di comunicare al mondo intero la loro passione per la musica.

Raffaele nasce cantando e quelli che per molti potrebbero sembrare semplici parole appena pronunciate nei primi anni di vita, per i genitori erano la chiara testimonianza di come una passione si può tramandare di generazione in generazione. “Papà che strimpellava la chitarra per farci addormentare e la voce di nostra madre che cantava la ninna nanna – racconta Raffaele – Siamo cresciuti e quella semplice passione, dopo anni di formazione è divenuta il nostro pane quotidiano”.

Andrea vive con il suo pianoforte ed ogni momento è buono per toccare quei tasti e creare musica, melodie con carattere e personalizzate da un ragazzo che vuole vivere di questa passione. “Avete presente i pezzi di un puzzle? – racconta Andrea – Si devono incastrare perfettamente affinché nasca la meraviglia di un’immagine limpida e ben dettagliata. Abbiamo deciso di dare questo nome al gruppo proprio perché ci sentiamo due pezzi di un enorme Puzzle chiamato musica”. Non solo musica ma anche fumetti. Disegnano e colorano, si può dire mille qualità che si accumulano in un solo studio di casa. Decidono così di raccontare la loro vita con fumetti simpatici che accompagnano non solo le cover che creano ma anche singoli che stanno girando sul web e che arrivano a migliaia e migliaia di visualizzazioni in pochissimo tempo.

Dopo il primo singolo dal titolo Non Aver Paura che racconta del desiderio di riabbracciare i propri cari e della forza che nel periodo di una pandemia si deve avere, decidono di omaggiare la propria città. Una Eboli a fumetto che in un video di tre muniti si alterna in location conosciuti e rappresentati della città. La Mia Città è il titolo del nuovo singolo ma facciamoci raccontare dai due giovani artisti come nasce questa canzone.

Cosa avete immaginato mentre mettevate nero su bianco il testo de La Mia Città?

Quando abbiamo pensato al testo de La Mia Città eravamo ancora nel culmine della pandemia. Notiziari, social e altre piattaforme ci mostravano la nostra città Eboli deserta. Ci siamo messi nei panni di ogni persona che aveva il desiderio di passeggiare per i vicoli storici del proprio paese, per i negozi ad osservare le vetrine o semplicemente vedere gli amici di sempre e respirare quell’aria di festa che sempre ha caratterizzato la nostra piazza. Abbiamo immaginato la nostra vita di sempre che tanto ci manca.

Cosa raccontate con i vostri versi?

I versi descrivono la città. Non vi sono solo palazzi, alberi e traffico. La città è fatta di sorrisi, sguardi, abbracci e parole che ci accompagnano ogni giorno della nostra vita. Come descriviamo con questi versi “Una città fatta di sorrisi dove il sole disegna i confini. Una città che sa ascoltare, un fiume che sa cantare”.

Quanto vi manca vivere la vostra città?

Siamo giovani e come tutti i ragazzi abbiamo sempre amato girovagare, anche senza meta, per la nostra città. Ci manca la quotidianità, quel prendere un caffè al bar oppure incontrarsi “al solito posto” il sabato sera.

Ogni persona si può identificare in questo brano?

Assolutamente si, pensiamo che ognuno di noi sia legato alle proprie origini, ai profumi della tradizione. Siamo anche un po’ gelosi del nostro senso di appartenenza. Ogni città è un diario di ricordi. Ci sono momenti del nostro passato molti importanti e che ci hanno fatto crescere, e questi momenti li abbiamo vissuti in luoghi ben precisi. Ecco, la città è una custode preziosa della nostra memoria, del nostro cuore.

Qual è il messaggio che volete divulgare con questo nuovo singolo?

La pandemia ci ha fatto capire che ci mancano le cose essenziali, quelle che prima molto probabilmente consideravamo ben poco. Eravamo sempre pronti ad evadere, alla ricerca di qualcosa di sempre più bello che ci potesse regalare attimi significativi, dimenticandoci che la nostra città può donarci tanto. Il messaggio che vogliamo comunicare è di ricordare il rispetto e il valore per ciò che abbiamo intorno; di non sottovalutare le piccole cose come un sorriso o uno sguardo; di ricordare di ringraziare sempre perché nulla è scontato; di non farci distrarre e camminare sempre a testa alta e con occhi ben aperti per osservare e prendere atto che tutto ciò che abbiamo intorno sarà sempre del nostro futuro.

La mia città è amore, la mia città è passione. E tra le strade della storia, sento il sorriso di chi non muore. Un sorriso di speranza che ci unisce e ci riscalda e lo senti nel tuo cuore questo canto che ha un nome”.

I Puzzle sono l’esempio lampante di come i giovani possono mettere in gioco la propria passione e creare dei veri e propri capolavori. Accompagnano la vita dei loro follower con cover dei grandi artisti della musica italiana e internazionale, comunicano messaggi d’amore e speranza con testi inediti e fanno divertire e sognare con i loro disegni. Una vita a colori, una realtà più leggera e vitale, un mondo accompagnato da note musicale e una voce soave, ecco i Puzzle fanno stare bene. 

Come ascoltare i loro brani e seguire le loro avventure in fumetto? Clicca qui Puzzle – Piano e Voce.

 

Netflix, le serie tv assolutamente da vedere

Cosa fare durante una pandemia? Sicuramente restare chiusi nelle proprie mura domestiche o quanto meno, uscire solo per estrema necessità. Il periodo del Coronavirus è un pendolo che oscilla tra la noia e la frenesia. A volte, quando meno te lo aspetti e sei catturato totalmente dalla monotonia giornaliera, ti balzano nel cervello delle idee: leggo un libro, creo una rubrica sul mio blog, magari imparo a cucinare, smartworking a gogo, do inizio ad una beauty routine. Tutte cose – ammetto – di aver pensato. Una cosa, però, non cambia mai. Sarà quella piccola percentuale da nerd che ho nel sangue, sarà che ormai ho preso l’abitudine, sarà che è una droga alla quale almeno l’80% del mondo non può fare a meno: Netflix ci sta facendo compagnia.

Chi non ha mai visto una serie Netflix? Ricordo ancora che anni fa, si andava alla ricerca di uno streaming perfetto e prima di poter guardare una puntata della tua serie preferita, si aprivano non so quanti siti porno o portali di acquisti stravaganti. Ma tu, desideroso di sapere cosa sarebbe successo alla puntata successiva, rischiavi qualsiasi virus pur di cliccare su quel tasto “Play”. Oggi è molto più semplice. Paghi quell’abbonamento mensile che magari dividi con altri quattro tuoi amici  così da pagare pochissimo e stai nottate intere a vedere serie tv. Addirittura, per sentirsi più vicini e non potendo vedere le serie tv insieme a “congiunti” o “affetti stabili”, è stato introdotto Netflix Party, un’estensione applicabile solo tramite Google Chrome che ti permette di guardare una serie tv e chattare contemporaneamente con al tuo amico, inviandogli il link della pagina.

Ma quali sono le migliori serie tv da vedere assolutamente ai tempi del Coronavirus? Di seguito un elenco delle mie preferite, viste tutte d’un fiato e che possono farvi compagnia nella vostra vita casalinga.

Chiamatemi Anna. E’ di sicuro una delle mie preferite. Serie tv canadese basata sul romanzo “Anna dai capelli rossi” di Lucy Maud Montgomery. racconta la storia di Anna, bambina cresciuta in un orfanotrofio e che viene adottata dai fratelli Cuthbert. Mostra la crescita emotiva, personale e femminile di una bambina alle prese non solo con il mondo ma con la sua innata forza d’animo, la sua creatività e il suo universo di parole. Le immagini e la fotografia che rimandano alla fine dell’800 ci raccontano la vita di quell’epoca. E’ capace di descrivere in un modo delicato e sublime tematiche pesanti e che devono essere comunicate anche ai più piccoli. Anna ci insegna come affrontare il bullismo, l’omofobia, il razzismo, la vita in una piccola cittadina e come affrontare il mondo circostante. Riuscirete ad immaginare i profumi dei dolci fatti in casa, la puzza dei campi e delle fattorie. Sentirete il rumore delle pagine di tantissimi libri antichi che si girano e sognerete anche voi di correre in prati fioriti o ricoperti di neve. Camminerete in punta di piedi sul cuore di Anna e scoprirete il suo amore timido. Un piccolo percorso personale su tante cose che oggi sono sottovalutate ma che grazie a questa splendida pellicola, riusciranno ad incantarvi e farvi ragionare. Adatta per i più piccoli e soprattutto per i più grandi.

Vis a Vis. In tanti l’hanno paragonato a The Orange is the New Black ma per gli intenditori e per i non superficiali, si sa che sono due cose completamente diverse. Questa serie tv racconta la vita in carcere di una giovane donna, Macarena Ferreira, accusata di truffa finanziaria ma in verità  incastrata dal capo/compagno. Bella, timida e paurosa, vivrà in un carcere femminile dove vige violenza e patriottismo. Macarena dovrà adattarsi, diventare una criminale per poter sopravvivere e anche scappare per salvare la sua famiglia, corrotta e fatta a pezzi pian piano. Parola d’ordine è sopravvivere. Ma come si fa se l’antagonista è Zulema Zahir, interpretata dall’attrice più cattiva di Spagna Najwa Nimri? Stagioni che si susseguono una dopo l’altra senza far respirare. Sei sempre più tentato a cliccare “Prossimo episodio” per sapere la povera Macarena – particolarmente sfortunata – che fine farà. Ne uscirà viva? Quante persone vedrà morire sotto i suoi occhi?

Sex Education. Sesso e adolescenti, a volte un tabù, altre volte ancora un pensiero da esprimere e un insegnamento da non sottovalutare da genitori a figli. In questa commedia britannica adolescenziale, ambientata in una campagna inglese, il tema principale è il sesso. La serie mette in scena tutte le situazioni sessuali, dalle più perverse alle più ironiche, che un adolescente può vivere. Tematiche e prospettive di vita che coinvolgono adulti e giovani, una società che non premia il rapporto genitori-figli, insegnante-studente, ma che lo incoraggia, partendo dal protagonista stesso. In attesa della terza stagione, abbiamo dovuto sudare tanto per vedere la seconda che ci ha lasciato un po’ con l’amaro in bocca ma che comunque ha dato i suoi insegnamenti e la sua morale.

Unorthodox. Prendete una pausa da tutto ciò che state facendo, anche dal lavoro se potete. Questa miniserie merita davvero tanto e catturerà la vostra attenzione dall’inizio alla fine. Sarà che amo le storie vere, sarà che mi immergo totalmente nella cultura di altri paesi, ma Unorthodox rispecchia ciò che il pubblico vuole vedere: la verità. Tratto da una storia vera, dal romanzo autobiografico di Deborah Feldman “Ex Ortodossa. Il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche”, racconta la storia di Esty Shapiro, 19enne di fede ultraortodossa che decide di fuggire e nascondersi a Berlino, costretta ad una vita rigida dettata dall’ebraismo ortodosso. Istanti, scene e fotografie di una storia elaborata nel mondo contemporaneo, racconta la libertà, le rinunce e la felicità. Le scelte, le lacrime e le scoperte di una giovanissima donna costretta a restare il proprio capo per soddisfare le esigenze di una religione che non sente più sua. Non è solo la storia di Eshter Shapiro, è la storia delle differenze culturali e religiose, un racconto di lotta per i propri desideri e la propria libertà.

Hill House. Per chi ama l’horror mixato alla giusta dose di thriller, la storia è tratta dal romanzo di Shirley Jaskson e racconta la storia di una casa infestata. La famiglia protagonista, nel corso degli anni, è stata divisa e distrutta pian piano dalla villa stessa. Un montaggio che alterna passato e presente, paura di bambini che tornano a far visita in età adulta. Come sconfiggere queste paure? Tornare uniti e compatti. Una serie piena di ansia, suspense e rumori improvvisi che regalano quella giusta adrenalina e quel panico da film horror. Io non amo l’orrore ma se volete vivere tutto questo, vi consiglio di vedere da soli questa serie: tu, Netflix e il buio intorno.

Ci sarebbero talmente tante altre serie da raccontare e che possono farvi compagnia in questo periodo di reclusione ma se continuassi arriverei a scrivere chilometri di blog. Una top 5 di ogni genere. Abbiamo spaziato dal romantico all’horror, dal thriller al sesso adolescenziale. Non vi nego che amo le serie stile soap e penso di raccontarvene qualcuna nei prossimi articoli. Se avete altre serie a consigliarmi lasciate un commento, sarò felice di guardarle e commentarle con voi. 

I virus: cosa sono e come agiscono

In questi giorni, così come negli ultimi mesi, non si fa che parlare di un solo argomento: CORONAVIRUS.

Ciascuno con la propria opinione sul lockdown, tutti esperti in materia e aggiornatissimi sulle news relative alla conta dei morti e dei contagiati.

Ma mi chiedo…quanti di voi sanno effettivamente un virus cos’è? Beh mi sembrava doveroso oltre che utile, dare inizio alla mia rubrica proprio trattando, a mio modo, di questo argomento.

I VIRUS

I virus sono fondamentalmente dei parassiti. Tutti saprete cos’è un parassita, termine accostato anche all’essere umano approfittatore e opportunista che “campa” di rendita grazie alle fortune altrui. Ecco il virus fa esattamente questo con la differenza di essere obbligato a farlo per poter sopravvivere o meglio, riprodursi.

Piante, batteri, animali…può entrare a contatto e quindi infettare qualunque organismo proprio allo scopo di utilizzare gli strumenti altrui per replicare il proprio DNA e dare vita a nuove forme virali.

Il virus strutturalmente è formato essenzialmente da una molecola di DNA o RNA circondata da un rivestimento proteico, il CAPSIDE, e talvolta da un’ulteriore membrana detta PERICAPSIDE ed è’ più o meno fatto così:

In che modo il virus ci infetta? Attraverso diverse fasi di un cosiddetto CICLO DI REPLICAZIONE:

Innanzitutto c’è il contatto con la cellula ospite, poi il virus entra all’interno di essa dove si spoglia del capside proteico liberando la particella di acido nucleico (DNA o RNA). A questo punto inizia la replicazione del genoma e delle proteine necessarie alla costituzione di nuovi virus, seguita dall’assemblaggio e, in alcuni casi, dal rilascio delle neoformate particelle virali secondo quello che viene chiamato CICLO LITICO. Infatti mentre col ciclo litico, la cellula ospite viene appunto lisata per consentire la liberazione dei virus, esiste anche un CICLO LISOGENICO in cui invece il genoma virale si inserisce in quello dell’organismo infettato e resta silente, replicandosi con esso; fino ad arrivare a un certo punto comunque ad avviare la propria replicazione e quindi la lisi.

DIrei che per oggi può bastare qui, tenendomi la possibilità di un eventuale approfondimento per il futuro.

Spero di esser stata chiara nei concetti e utile a quanti di voi ancora ignorassero la struttura e i meccanismi di funzionamento di un virus.

Alla prossima pillola di scienza!

La mancanza, la più forte presenza che si possa sentire.

Non eravamo pronti ad un saluto così lungo. Eppure ci siamo divisi senza poter ostentare e senza poter dire “ma”. E’ successo e ci dobbiamo adeguare. E’ un periodo che non tutti capiscono. Non tutti comprendono quanto sta accadendo. Chi per superbia, chi per superficialità. Chi addirittura per ignoranza. Chi più di noi, però, può capire quanto sia importante il rispetto in questo momento così particolare della nostra esistenza? Chi più di noi può esprimere in modo sofferente quanto stiamo vivendo? 

Non pensavo di essere così paziente. A volte non ho pensato proprio, per evitare di starci male. Ma quanto è brutto dover dire “Mi manchi”? E’ una delle frasi più belle che una persona possa sentirsi dire. Ma per chi le dice, sono le parole più brutte. Si soffre. Cerchiamo di negare occupando il tempo in qualche stupido modo. Leggo un libro. Disegno. Ascolto musica. Leggo ancora, ancora, ancora. Fino a quando gli occhi non dicono “Basta, facci riposare”. Ma è il cervello che vorrebbe farlo. 

Non ci siamo salutati come si deve. Non è stato l’ultimo bacio prima della quarantena. Non è stato l’ultimo abbraccio o l’ultimo gesto, perché non lo sapevamo. Ci siamo salutati come facciamo ogni sera. Felici perché sapevamo che l’indomani sarebbe stato ancora più dolce il risveglio al pensiero di rivederci. 

A te cosa manca? A me manca dire “Ti amo” guardandoti negli occhi. Mi manca leggere le sensazioni che provi in quelle sfumature di verde che riempiono le tue pupille. Mi manca la tua stretta di mano. Si differenzia dalle altre, lo sai? La tua stretta è forte, ma dolce. Mi piace sentire la tua forza che mi stringe. Amo quell’incastro perfetto tra le nostre dite, si riempie. Amo toccare i tuoi polpastrelli, perché so che ti dà fastidio. Amo sentire il dolore al braccio quanto ti ci addormenti sopra. Riesci a trovare spazio tra il mio mento e la mia spalla per poi dire “Guardiamo il film e non dormo, tranquillo”. Ma chi ti ha mai creduto. Ed è lì che i tuoi lunghi capelli mi sfiorano il naso e le labbra. Mi mancano i piccoli gesti. Mi manchi tu. 

E ti amo. Forse più di ieri. Ti amo perché mi manchi. Ti amo perché questa assenza mi sta facendo capire quanto sei importante nella mia quotidianità. Ti amo, ma mi manchi. 

Ecco, l’amore ai tempi del Coronavirus. C’è chi ha l’amore vicino e chi invece deve convivere con messaggi e chiamate. All’inizio vi ho parlato di rispetto. Se solo tutti rispettassero regole e decreti. Se solo tutti rispettassero gli altri, se solo tutti rispettassero l’amore. Quante cose cambierebbero. Non solo in questa quarantena, ma per sempre.

Scienza UNIversale: la scienza alla portata di tutti

Come molti di voi sapranno, il mio background è di tipo scientifico e più precisamente ho studiato la scienza della vita, la Biologia.

Come sono arrivata a lavorare come SMM da una laurea in Biologia un po’ ve l’ho raccontato. Quello che non vi ho detto è il perché della scelta di questo percorso di studi e di quanto, ad ogni modo, ancora leggere e imparare certe cose mi emozioni.

Sono una persona curiosa, molto. Quando al quinto anno di liceo la professoressa di Biologia ha iniziato a parlare, mi si è aperto un mondo. Quante cose ci sono da imparare sulla vita, la natura e tutto ciò che ci circonda. E soprattutto: che macchina meravigliosa e perfetta che è il nostro corpo!

Non potevo ignorare quel richiamo e pur frequentando un Liceo Linguistico, decisi di cambiare completamente strada verso qualcosa per cui mi sentivo davvero portata e che avrebbe sfamato la mia voglia di conoscenza.

Perchè vi dico tutto questo. Perchè quella passione dentro di me non è mai morta ed è viva più che mai. Non ho trovato la mia giusta collocazione nel mondo per lavorare con essa ma quello che da oggi voglio fare è scrivere per voi delle pillole di scienza, che siano articoli alla portata di tutti su argomenti che riguardano il nostro corpo, la natura, la vita da un punto di vista biologico.

Non vedo l’ora di iniziare e se avete suggerimenti o argomenti che vi interessano particolarmente da voler sviscerare, chiedete pure, lo faremo insieme!

Alla prossima molecola di scienza 😉

Cuore e unicità, i talenti di Valentina

Ricordo come fosse ieri…

Con la sua gonna a campana e ritratti in sfumature di grigio di Marilyn Monroe, stivaletti neri e lupetto. La classe chiamava e lei faceva il suo ingresso in quella che sarebbe stata la sala pose della giornata. Insieme avremmo collaborato ad un servizio fotografico, lei la stylist del momento che avrebbe incantato tutti con i suoi capi, unici e mai visti prima. Restai a bocca aperta. Trasparenze eleganti, pizzo raffinato e applicazioni luminose che donavano luce anche a chi premiava l’oscurità. Si, lei ha portato la luce e l’eleganza, e continua a farlo tutt’oggi con il suo cuore grande.

Valentina D’Alessandro, alias Seta. Tutti la ricordano con il nome di uno dei tessuti più delicati e invidiati. Per la sua bellezza, per la sua autenticità al tatto, per la sensazione di incanto a contatto con la pelle. In un periodo così importante per l’Italia e per il mondo intero, allenamento al coraggio e alla forza di vivere, Valentina ha voluto esprimere tutta la sua solidarietà e amore con 40 metri di stoffa proveniente dal suo atelier – tra cotone, lino e canapa – per la realizzazione di oltre mille mascherine. Ecco, lei è Valentina Seta. Cuore, anima ed eleganza per il suo lavoro, per gli altri.

Ma conosciamo meglio il suo mondo incantato.

Chi è Valentina D’Alessandro?

Valentina D’Alessandro è una style-influencer, titolare e stylist di Atelier Seta e speaker radiofonica, un animo delicato e al contempo determinato. Una donna che crede ancora nella magia e nell’incanto e che ha un occhio sempre vigile sul mondo, che osserva con grande sensibilità, ed è magneticamente attratta da tutto ciò che ha in sé la bellezza, sua musa d’ispirazione.

Seta, un nome delicato quanto importante per la tua vita. Ce ne parli?

Questo nome proviene da un libro che piaceva molto a mio padre, Seta di Baricco, infatti il nome dell’Atelier è una dedica a mio padre.

Quando hai realizzato il tuo primo abito? Cosa hai provato nel toccarlo con mano?

Ho realizzato il mio primo abito da piccola, aiutata da mia madre. Era un abito di tulle rosa, romantico e principesco. In quel momento, nel toccarlo, ho subito immaginato che quello sarebbe stato il mio futuro.

Se dovessi scegliere di collaborare con una grande casa di moda quale sceglieresti e perché?

Dior, con Maria Grazia Chiuri, senza ombra di dubbio.

Realizzi anche abiti da sposa, particolari, unici nel suo genere. Qual è lo stile che preferisci?

Certo, gli abiti da sposa Seta sono realizzati su misura per ogni cliente, sono un viaggio tra i desideri della sposa.
Lo stile che preferisco é il “New romantic”.

Cosa ti emoziona di più nel tuo lavoro?

Quello che più mi emoziona del mio lavoro è esprimere ciò che ho dentro attraverso le mie creazioni.

La tua nuova collezione è una vera e propria favola…

La mia nuova collezione è un’ode alla leggerezza all’insegna della poesia.
I colori vanno dal rosa cipria al verde salvia volti a creare una palette delicata di nuances più chiare a quelle più scure.
Tulle sovrapposto, giochi di ricami, crêpes satin e piume di struzzo sono i protagonisti della mia nuova capsule.
Per realizzare i fiori in tre d che sbocciano sulla nuova collezione “Once Upon a Dream” sono stati necessari 100 metri di fila di Seta.

Italian Fashion Talent Awards, un grande riconoscimento e soprattutto un’immensa soddisfazione. Quali sono state le tue emozioni?

Ho provato felicità e soddisfazione, mi sono emozionata; non mi aspettavo di vincere ma in fondo al mio cuore è un premio che desideravo tanto perché questo lavoro comporta tanti sacrifici ed essere imprenditrice qui al sud è una sfida quotidiana.

Cosa vuol dire per te unicità?

L’originalità è fondamentale, ognundi noi ha un proprio talento da coltivare. Ognuno ha la sua storia. Le persone mi fermano per dirmi che hanno visto un mio abito e lo hanno riconosciuto subito. Persino sui social c’è un’inversione di tendenza oggi. Va di moda la naturalezza. La gente vuole vedere ciò che fai non in modo costruito. Inoltre bisogna trovare il proprio stile e perseguirlo, ispirandosi non copiando. È una questione di personalità; si sceglie il capo di uno stilista, lo si combina con un altro low cost, con un pezzo vintage, con un accessorio originale e il gioco é fatto.

Un aforisma che ti rappresenta e che possa descrivere il tuo essere.

Non seguo le tendenze, seguo i sogni.

 

Social e Coronavirus: cosa e come comunicare?

Tutto chiuso. Le attività commerciali hanno abbassato la saracinesca e con l’emergenza Coronavirus dovranno attendere un bel po’ di giorni prima di poter accogliere, nuovamente, i propri clienti. Una delle tipiche domande che i nostri clienti ci hanno posto è la seguente: “Ed ora? Cosa pubblichiamo sui social?” Beh, è una bella domanda. Piccoli e grandi brand, hanno dovuto mettere in stand by la proprio attività per far fronte ad un periodo particolare per l’umanità. Ma cerchiamo di stare tranquilli! Ecco come procedere!

Fai un respiro profondo!

Mantenete la calma e modificate il vostro calendario editoriale. Non lo dovete stravolgere completamente ma di sicuro dovete apportare qualche cambiamento in base a ciò che sta accadendo. Dotati di sensibilità e delicatezza, cercate di comunicare messaggi positivi, post contenenti frasi di speranza. #Andràtuttobene è un hashtag che ormai ha fatto il giro d’Italia ma potete crearne anche uno vostro.

Consigli? Mettici la faccia!

Siete proprietari di un negozio di abbigliamento o un rivenditore di scarpe e/o borse? E’ il momento di mettere in gioco la vostra fantasia e la vostra creatività. Raccontate la vostra azienda, la ricerca dei vostri fornitori e perché no, il motivo per cui avete scelto colori e tessuti per la nuova collezione rispetto ad altri. Le persone hanno bisogno di distrarsi, vogliono leggere ma non troppo, quindi post non troppo lunghi che abbiano un appeal delicato e anche divertente.

Avete un’attività di ristorazione? Prendete un cellulare o una reflex, preparate il vostro piano da lavoro e girate un video tutorial. Ricette da consigliare, i segreti della pizza fatta in casa, gli ingredienti della nonna che non avete mai consigliato, tutto “fa brodo” in questo momento. Se avete un blog, ancora meglio. Raccontate!

Tu che sei un hairstylist o una make up artist, sei nei pensieri di tante donne che al momento non possono mettere il piede fuori casa e vivere momenti di relax. E’ arrivato il momento di dare loro consigli su come trattare pelle e capelli direttamente nel bagno di casa. Realizzate grafiche e post e segnalate quali possono essere i rimedi naturali per la cura del corpo, come mantenere i propri capelli sani e lucenti in attesa di tornare nel salone di fiducia.

Dirette: si o no?

Avete qualcosa da dire? Io parto sempre da questo presupposto. Se il vostro intento è quello di intrattenere il vostro pubblico con consigli, novità o altro, allora cliccare il tasto LIVE. Se attendete domande alle quali rispondere allora evitate.

E’ arrivato il momento di interagire ancora di più con i vostri follower e se non lo avete ancora fatto, cogliete al volo questa occasione e continuate a lavorare anche in questo periodo di quarantena. Restando a casa potete godere dei benefici dello smart working e attirare maggiori clienti instaurando ancor di più quel rapporto di fiducia. Abbiamo elencato solo alcune delle tante attività che durante questo periodo di coronavirus hanno dovuto chiudere le porte del proprio negozio. Se non sei tra queste e vuoi consigli su come procedere sui social, contattaci!

 

 

Quarantena da Coronavirus: come sfruttare al meglio il TEMPO

Ebbene si, anche noi social media manager siamo costretti alla quarantena!
Abituati certo, più di molti altri allo smart working, non abituati però alla clausura.

E quindi come si fa?

Riprendiamo quella vecchia serie che ci appassionava tanto ma così tanto da non ricordare più a quale puntata fossimo arrivati?

Rispolveriamo quel libro che è lì sullo scaffale da troppo tempo e il cui successo risale ormai ad un tempo remoto?

Ci riscopriamo tutti chef improvvisando una pizza di sabato sera perchè noi senza pizza il sabato sera non sappiamo stare?

Si, certo. Potremmo fare tutto questo. Ma probabilmente è quello che leggerete nella stragrande maggioranza di blog e pagine internet. E non nego di esser la prima ad aver fatto quanto elencato.
Però vorrei andare un po’ oltre e dare un senso più profondo al tempo che forse per la prima volta ci troviamo ad avere e, forse, anche a non saper utilizzare nel migliore dei modi.

Si perchè la settimana è scandita dai ritmi lavorativi, dagli orari scolastici dei bimbi, dalla cura della casa e dei nostri anziani e mai, dico mai, ci ritroviamo per così tanto tempo soli con noi stessi.

Sono una social media manager è vero, sono anche biologa e potrei dare a un articolo come questo un taglio molto più tecnico e scientifico ma non mi va.
Di spiegazioni su cosa sia il virus, sui sintomi, il contagio e i numeri che ne conseguono ne è pieno il web.
Ma del tempo che trascorriamo soli con noi stessi in questo momento, chi se ne occupa?

Dobbiamo occuparcene noi e dobbiamo averne cura. E’ il momento opportuno per guardarci dentro e capire se tutto nella nostra vita sta andando nel verso giusto.
Ho il lavoro che sognavo da piccolo? Dedico abbastanza attenzioni ai miei figli? Ho mai ascoltato le esigenze del mio partner? Voglio bene a me stesso?

Voglio bene a me stesso…un tema tanto sentito quanto ignorato. Eppure mi domando: quanti di voi si vogliono bene a tal punto da stare bene nel mondo che li circonda? Quanti di voi stanno così bene con sè stessi da poter stare allo stesso tempo bene con gli altri?

Io per prima mi metto in discussione. Io per prima alzo la mano e mi identifico tra coloro che di sè non si prendono mai abbastanza cura.

Beh, questo è il momento giusto per farlo. Questo è il momento giusto per dire basta e ripartire.

Da soli e poi con gli altri.

Fatelo, provateci anche voi e poi…attendo commenti 😉

Revival Factory, la moda dal filtro vintage con Sara e Simone

Sono sempre stato un ragazzo alla moda. Non definitemi superficiale, ci tengo a vestire “sistemat” – come direbbe mia madre. Sarà che vengo da una discendenza di narcisisti cronici: mio padre che in età da giovincello andava ogni due giorni dal barbiere; mio nonno che lasciava sempre una scia di dopobarba in giro per casa; mia madre che ci teneva sempre a rientrare in una taglia tra la 42 e la 42 e mezzo; mia nonna che si divertiva a rendere il bagno una camera opacizzata per tutta la lacca splend’or che spruzzava. Questo per dirvi che una camicia particolare, un paio di jeans denim alla Beverly Hills e un maglioncino alla Grease, sono i componenti fondamenti per un armadio alla moda, che supera ogni distanza di tempo e spazio.

“Tu sei vecchio, guarda che calzini che metti?!” Embè? Calzini con i fiorellini, il maglioncino del nonno e quella camicia a quadri non sono un sinonimo di Steve di Otto sotto un Tetto, bensì sono gli accessori e indumenti perfetti per un uomo vintage. Il cosiddetto amante di epoche mai vissute. Eccomi. Alzo la mano. Al giorno d’oggi chi non lo è almeno un po’.

Comunicazione eccellente, stile inconfondibile e accessori particolari, Revival Factory sposa perfettamente il mio pensiero. Nel giugno del 2019 mi sono ritrovato a vivere una bellissima esperienza: shopping vintage. Camice, jeans e tutto ciò che un armadio di altri tempi possa contenere, ecco cosa ho trovato in un piccolo store del salernitano. Simone e Sara mi hanno accolto nel loro mondo e da mesi ormai decido di farmi un regalo ogni tanto e vestire i loro capi. Ho deciso di raccontarvi la loro storia, il loro spazio in cui ogni persona può immergersi per sentire il profumo degli anni 60 e non solo.

Raccontatemi chi sono i creatori di questo mondo parallelo dal nome Revival Factory. 

Simone – Dadaista, stoico, ermetico, ricottaro, opinionista. Praticamente un imbecille. Appassionato di fotografia, grafica e disegno, senza un senso ben preciso decido di trasferirmi a Roma per studiare Economia. È proprio lì, tra i vicoli surreali del quartiere Monti, che entro in contatto con il mondo del vintage. Nell’Agosto del 2017 mi laureo con una tesi sulle policy per combattere il riscaldamento climatico. Avevo la valigia pronta per trasferirmi ad Amsterdam per un master in Gestione delle Industrie Creative quando improvvisamente perdo quasi del tutto la vista. Adesso non distinguo più alcun colore e non vedo più lontano della punta del mio naso.

Sara – Ex scout. Ex baby-sitter. Ex vallet. Ex promessa di almeno dodici sport diversi. Ex futura ostetrica. Dopo una serie di delusioni mi sono trasferita a Nottingham, in Inghilterra, per lavorare e rimettere i pezzi rotti a posto. Nel 2017 sono tornata in Italia, quando mi sono resa conto che tutti quei pezzi rotti stavano per tagliarmi le mani. Durante quella parentesi della mia vita ho allargato i miei orizzonti, ho conosciuto nuove culture e ho imparato la bellezza della diversità. Tutto questo ha inevitabilmente influito sul mio modo di essere e di intendere la moda.

Un mondo particolare capace di soddisfare un cliente dall’animo vintage e non solo. Da dove nasce la vostra idea?

Siamo inseparabili da quando siamo nati perché i nostri genitori hanno avuto la sfiga di stringere amicizia durante il liceo. A cinque anni giocavamo al cliente e al commesso che sostanzialmente funzionava così: uno tirava fuori tutti i suoi vestiti più belli, l’altro li comprava con i soldi del Monopoly. Poi arrivava mamma con la cucchiarella ma alla fine metteva a posto lei.

Due anni fa, un po’ per gioco, un po’ per noia, un po’ perché la voglia di riscatto era tanta, abbiamo deciso di aprire una pagina Instagram per vendere alcuni capi di seconda mano, talvolta impreziositi da alcune modifiche sartoriali fatte da noi. L’obiettivo era divertirci, diffondere uno stile troppo di nicchia, sdoganare la cultura del riciclo.

La formula era molto semplice: mettevamo insieme articoli dello stesso colore, ci divertivamo a dare un nome a quest’ultimo, scattavamo le foto e le pubblicavamo sul social network. Consegnavamo i pacchi personalmente e personalmente li andavamo a riprendere quando la taglia non andava bene. Il nostro era una sorta di e-commerce in cui i corrieri erano anche i gestori della pagina Instagram, i modelli, i fotografi, i direttori artistici. Non mostravamo mai i nostri volti, sia perché la depersonalizzazione era essenziale per capire il reale grado di apprezzamento di ogni articolo in vendita, sia perché ci piaceva cambiare faccia così come passavamo da un universo cromatico all’altro. In effetti le maschere sono parte integrante del nostro concept e ora che siamo diventati dei bimbi grandi le abbiamo associate ad un più profondo sistema valoriale. Abbiamo infuso le nostre anime all’interno di un’idea molto semplice e ne è venuto fuori un progetto dal carattere pop e riconoscibile che abbiamo chiamato REVIVAL FACTORY.

Come ricercate i capi da proporre ai clienti?

La scelta dei capi è la parte in cui alterniamo momenti di euforia ad attimi in cui vorremmo prendere la rincorsa e colpire il muro con una testata. Il passaggio immediatamente precedente è l’ideazione della collezione, che nel nostro mondo è molto più di un insieme di articoli affini. Nel momento della scelta dei capi abbiamo già la nostra idea in mente (e credeteci, la maggior parte delle volte le nostre sicurezze si trasformano nei nostri peggiori nemici). Ci piace immaginare le nostre capsule collection come piccoli ecosistemi fatte di storie, ispirazioni, ricordi, valori, persone, personaggi. Ogni collezione è caratterizzata da uno stile, ma soprattutto da un colore unico che funge un po’ da minimo comune multiplo di tutti gli articoli presenti. Adesso torniamo al momento in cui ci troviamo davanti migliaia di meravigliosi capi vintage e dobbiamo rifornire la FACTORY. Tutti i capi che sceglieremo dovranno concorrere a creare la storia che abbiamo in testa, pezzo dopo pezzo, come un puzzle completato in una precisa sequenza, rispettando la tonalità della collezione e ciò che vogliamo comunicare attraverso essa. Con il colore e l’immaginario che vogliamo creare in mente nessuno ci può fermare. Ad eccezione di un esaurimento nervoso.

Revival Factory non è solo uno store, è un piccolo mondo che profumo di storia. A quale epoca vi rifate?

Il nostro modus operandi ci ha resi inevitabilmente camaleontici. Lavorare ad un progetto del genere è un po’ come vivere perennemente in San Junipero (per chi non la conoscesse, stiamo parlando della sgargiante 3×04 di Black Mirror, nonché nostra prima collezione). Un po’ come Yorkie e Kelly, anche noi andiamo avanti e indietro nelle epoche storiche a nostro piacimento, cercando di trarre la parte più divertente da ognuna di esse. Se le protagoniste avevano trovato il loro paradiso artificiale in San Junipero, noi abbiamo trovato il nostro con REVIVAL FACTORY.

Se Revival Factory fosse una serie tv, quale sarebbe?

Anche stavolta ci risulta impossibile dare una risposta secca. Nel passato siamo stati Orange Is The New Black, Stranger Things, Breaking Bad, The Handmaid’s Tale, Game of Thrones, Westworld, Black Mirror e Beverly Hills 90210. Adesso invece siamo il Principe di Bel Air, di un viola brillante e dallo stile anni 90, sportivo e appariscente. Date un’occhiata a BEL AIR, la nostra ultima collezione. Siamo sicuri che non ve ne pentirete.

Se, invece, un capo d’abbigliamento?

Una salopette in denim. È tutto ciò che cerchiamo in un capo di abbigliamento: è unisex, comoda, resistente, versatile e personalizzabile. È decisamente risvoltino-friendly e si può indossare con entrambe le bretelle abbassate o solo con una, un po’ come faceva Willy.

Ricordate la prima vendita? Quali sono state le vostre emozioni?

Prima collezione: TIFFANY DOGGET, color Tiffany.

Caricammo le foto e dopo pochissimo ci contattò Martina per una camicia anni 90 da uomo. L’avevamo fotografata prima indosso ad un ragazzo, poi indosso ad una ragazza, semplicemente perché ci sembrava carina in entrambi i modi. La prima cosa che abbiamo pensato è stata: “ok è uno scherzo.”

La seconda è stata: “daje.”

Non riuscivamo a credere che la nostra idea avesse funzionato in così poco tempo, che eravamo riusciti a comunicare affidabilità e serietà, che lo stile che volevamo proporre potesse essere apprezzato fin da subito.

Oltre ad averci fatto battere il cuoricino per la prima volta, Martina ci ha insegnato che una buona idea può essere frutto di una casualità e che l’80% di ciò che offriamo al pubblico deve essere unisex. Da lì in poi, infatti, quasi tutte le camicie vintage (sia da uomo sia da donna) sono state proposte sia su un fisico maschile sia su uno femminile, e i risultati sono stati incredibili. Dal punto di vista estetico, ci saremmo aspettati una sorta di appiattimento del genere, in cui le foto con due fisici diversi potevano assomigliarsi. Invece ci siamo sorpresi che ne è venuto fuori l’esatto contrario. Tutti i capi si adattavano perfettamente alle forme maschili e femminili, accentuandone, paradossalmente, le differenze.

Abbiamo rivisto Martina la sera dell’inaugurazione del nostro vintage store e una particolare forma di sindrome di Stendhal ci ha colpiti come un colpo di defibrillatore.

Siete degli amanti della moda, quale consiglio dareste agli stilisti emergenti?

Forse per noi sarebbe stato più semplice dare un consiglio tecnico a Samantha Cristoforetti riguardo la propulsione aereospaziale dei satelliti artificiali ma in ogni caso ci proviamo.

In base al nostro modo di intendere la moda, agli stilisti emergenti vorremmo consigliare di osare e ricercare, di andare indietro nel tempo e lavorare sulla sostenibilità dei loro capi. Se da un lato è importante rispondere alla domanda di massa, dall’altro è fondamentale tenere conto di tante altre nicchie di mercato che non riescono a sentirsi rappresentate dall’offerta attuale. L’abbigliamento deve essere un mezzo di espressione personale. Questo è il motivo per cui noi amiamo i capi unici e dalla forte personalità. Andare oltre i propri confini significa, quindi, essere in grado di pensare fuori dagli schemi imposti dal mainstream e provare a rispondere a una domanda: cosa voglio esprimere con questo capo? O meglio, cosa voglio che questo capo dica di chi lo indossa? Tutto ciò è possibile solo attraverso la ricerca che inevitabilmente porterà a ripescare le tendenze del passato, riproponendole in varie declinazioni a seconda della propria firma stilistica. Il mercato, inoltre, pretende rapidità e la rapidità, spesso, va a discapito della qualità e non solo. La fast fashion ha svilito il concetto di abbigliamento, proponendo migliaia di articoli identici usa e getta, privi di anima ed etica. La produzione di massa, delocalizzata e incurante dei materiali utilizzati, dell’ambiente e della manodopera sfruttata ha reso l’industria della moda semplicemente insostenibile.

Definite la moda di oggi con tre aggettivi.

Fast, lunatica, ma anche revival.

Prospettive future?

Crescere è co-creare. Il 2019 è stato un anno tanto bello e stimolante quanto difficile. La sensazione è stata quella di sfrecciare sulle montagne russe dopo aver mangiato due pizze salsiccia e broccoli. REVIVAL FACTORY è un progetto ambizioso e noi non vediamo l’ora di farvi vedere tutte le sue evoluzioni. Da tempo stiamo lavorando alla giusta formula per il nostro e-commerce. Le carte sono già tutte sul tavolo ma non vogliamo scoprirle prima di essere certi che l’esperienza d’utilizzo sia davvero capace di teletrasportarvi nel nostro pianeta fatto di colori, fantasie, tessuti e storie. Abbiamo tanti progetti in cantiere che si incastrano insieme e funzionano solo se tutti gli ingranaggi girano contemporaneamente. Da sempre abbiamo voluto che la nostra piccola fabbrica fosse un network di creativi, un incubatore d’arte fatto di idee, proposte e co-creazione. Vogliamo continuare a lavorare con musicisti e stringere nuove collaborazioni con artigiani e innovatori.

Odiamo gli spoiler, ma solo quando li fanno a noi, pertanto vi anticipiamo che la nostra prossima creatura sarà un meraviglioso progetto di stampe e poster che raccontano la nostra storia, il nostro brand e i nostri valori, attraverso tre personaggi-simbolo che riflettono l’essenza di REVIVAL FACTORY. Dopo avervi proposto svariati cult della cultura pop attraverso le nostre lenti colorate, adesso è arrivato il momento di parlarvi del nostro racconto.

Cari amici, è arrivato il momento di raggiungere Revival Factory in Via XX settembre 39-41, Salerno. Vi consiglio anche di dare uno sguardo al loro account Instagram, clicca qui.