I Puzzle, storia unica di due fratelli e la loro passione per la musica

Come sono belli i giovani che amano il proprio lavoro e quando vivi della tua passione allora si può dire che fai centro nella vita. I Puzzle sono una bellissima realtà in cui una voce limpida e un pianoforte delicato si incontrano per dare vita ad un progetto che profuma di vita e che colora le giornate con simpatia. Raffaele e Andrea Scocozza sono due fratelli ebolitani, annoiati dalla quarantena hanno deciso di comunicare al mondo intero la loro passione per la musica.

Raffaele nasce cantando e quelli che per molti potrebbero sembrare semplici parole appena pronunciate nei primi anni di vita, per i genitori erano la chiara testimonianza di come una passione si può tramandare di generazione in generazione. “Papà che strimpellava la chitarra per farci addormentare e la voce di nostra madre che cantava la ninna nanna – racconta Raffaele – Siamo cresciuti e quella semplice passione, dopo anni di formazione è divenuta il nostro pane quotidiano”.

Andrea vive con il suo pianoforte ed ogni momento è buono per toccare quei tasti e creare musica, melodie con carattere e personalizzate da un ragazzo che vuole vivere di questa passione. “Avete presente i pezzi di un puzzle? – racconta Andrea – Si devono incastrare perfettamente affinché nasca la meraviglia di un’immagine limpida e ben dettagliata. Abbiamo deciso di dare questo nome al gruppo proprio perché ci sentiamo due pezzi di un enorme Puzzle chiamato musica”. Non solo musica ma anche fumetti. Disegnano e colorano, si può dire mille qualità che si accumulano in un solo studio di casa. Decidono così di raccontare la loro vita con fumetti simpatici che accompagnano non solo le cover che creano ma anche singoli che stanno girando sul web e che arrivano a migliaia e migliaia di visualizzazioni in pochissimo tempo.

Dopo il primo singolo dal titolo Non Aver Paura che racconta del desiderio di riabbracciare i propri cari e della forza che nel periodo di una pandemia si deve avere, decidono di omaggiare la propria città. Una Eboli a fumetto che in un video di tre muniti si alterna in location conosciuti e rappresentati della città. La Mia Città è il titolo del nuovo singolo ma facciamoci raccontare dai due giovani artisti come nasce questa canzone.

Cosa avete immaginato mentre mettevate nero su bianco il testo de La Mia Città?

Quando abbiamo pensato al testo de La Mia Città eravamo ancora nel culmine della pandemia. Notiziari, social e altre piattaforme ci mostravano la nostra città Eboli deserta. Ci siamo messi nei panni di ogni persona che aveva il desiderio di passeggiare per i vicoli storici del proprio paese, per i negozi ad osservare le vetrine o semplicemente vedere gli amici di sempre e respirare quell’aria di festa che sempre ha caratterizzato la nostra piazza. Abbiamo immaginato la nostra vita di sempre che tanto ci manca.

Cosa raccontate con i vostri versi?

I versi descrivono la città. Non vi sono solo palazzi, alberi e traffico. La città è fatta di sorrisi, sguardi, abbracci e parole che ci accompagnano ogni giorno della nostra vita. Come descriviamo con questi versi “Una città fatta di sorrisi dove il sole disegna i confini. Una città che sa ascoltare, un fiume che sa cantare”.

Quanto vi manca vivere la vostra città?

Siamo giovani e come tutti i ragazzi abbiamo sempre amato girovagare, anche senza meta, per la nostra città. Ci manca la quotidianità, quel prendere un caffè al bar oppure incontrarsi “al solito posto” il sabato sera.

Ogni persona si può identificare in questo brano?

Assolutamente si, pensiamo che ognuno di noi sia legato alle proprie origini, ai profumi della tradizione. Siamo anche un po’ gelosi del nostro senso di appartenenza. Ogni città è un diario di ricordi. Ci sono momenti del nostro passato molti importanti e che ci hanno fatto crescere, e questi momenti li abbiamo vissuti in luoghi ben precisi. Ecco, la città è una custode preziosa della nostra memoria, del nostro cuore.

Qual è il messaggio che volete divulgare con questo nuovo singolo?

La pandemia ci ha fatto capire che ci mancano le cose essenziali, quelle che prima molto probabilmente consideravamo ben poco. Eravamo sempre pronti ad evadere, alla ricerca di qualcosa di sempre più bello che ci potesse regalare attimi significativi, dimenticandoci che la nostra città può donarci tanto. Il messaggio che vogliamo comunicare è di ricordare il rispetto e il valore per ciò che abbiamo intorno; di non sottovalutare le piccole cose come un sorriso o uno sguardo; di ricordare di ringraziare sempre perché nulla è scontato; di non farci distrarre e camminare sempre a testa alta e con occhi ben aperti per osservare e prendere atto che tutto ciò che abbiamo intorno sarà sempre del nostro futuro.

La mia città è amore, la mia città è passione. E tra le strade della storia, sento il sorriso di chi non muore. Un sorriso di speranza che ci unisce e ci riscalda e lo senti nel tuo cuore questo canto che ha un nome”.

I Puzzle sono l’esempio lampante di come i giovani possono mettere in gioco la propria passione e creare dei veri e propri capolavori. Accompagnano la vita dei loro follower con cover dei grandi artisti della musica italiana e internazionale, comunicano messaggi d’amore e speranza con testi inediti e fanno divertire e sognare con i loro disegni. Una vita a colori, una realtà più leggera e vitale, un mondo accompagnato da note musicale e una voce soave, ecco i Puzzle fanno stare bene. 

Come ascoltare i loro brani e seguire le loro avventure in fumetto? Clicca qui Puzzle – Piano e Voce.

 

Cuore e unicità, i talenti di Valentina

Ricordo come fosse ieri…

Con la sua gonna a campana e ritratti in sfumature di grigio di Marilyn Monroe, stivaletti neri e lupetto. La classe chiamava e lei faceva il suo ingresso in quella che sarebbe stata la sala pose della giornata. Insieme avremmo collaborato ad un servizio fotografico, lei la stylist del momento che avrebbe incantato tutti con i suoi capi, unici e mai visti prima. Restai a bocca aperta. Trasparenze eleganti, pizzo raffinato e applicazioni luminose che donavano luce anche a chi premiava l’oscurità. Si, lei ha portato la luce e l’eleganza, e continua a farlo tutt’oggi con il suo cuore grande.

Valentina D’Alessandro, alias Seta. Tutti la ricordano con il nome di uno dei tessuti più delicati e invidiati. Per la sua bellezza, per la sua autenticità al tatto, per la sensazione di incanto a contatto con la pelle. In un periodo così importante per l’Italia e per il mondo intero, allenamento al coraggio e alla forza di vivere, Valentina ha voluto esprimere tutta la sua solidarietà e amore con 40 metri di stoffa proveniente dal suo atelier – tra cotone, lino e canapa – per la realizzazione di oltre mille mascherine. Ecco, lei è Valentina Seta. Cuore, anima ed eleganza per il suo lavoro, per gli altri.

Ma conosciamo meglio il suo mondo incantato.

Chi è Valentina D’Alessandro?

Valentina D’Alessandro è una style-influencer, titolare e stylist di Atelier Seta e speaker radiofonica, un animo delicato e al contempo determinato. Una donna che crede ancora nella magia e nell’incanto e che ha un occhio sempre vigile sul mondo, che osserva con grande sensibilità, ed è magneticamente attratta da tutto ciò che ha in sé la bellezza, sua musa d’ispirazione.

Seta, un nome delicato quanto importante per la tua vita. Ce ne parli?

Questo nome proviene da un libro che piaceva molto a mio padre, Seta di Baricco, infatti il nome dell’Atelier è una dedica a mio padre.

Quando hai realizzato il tuo primo abito? Cosa hai provato nel toccarlo con mano?

Ho realizzato il mio primo abito da piccola, aiutata da mia madre. Era un abito di tulle rosa, romantico e principesco. In quel momento, nel toccarlo, ho subito immaginato che quello sarebbe stato il mio futuro.

Se dovessi scegliere di collaborare con una grande casa di moda quale sceglieresti e perché?

Dior, con Maria Grazia Chiuri, senza ombra di dubbio.

Realizzi anche abiti da sposa, particolari, unici nel suo genere. Qual è lo stile che preferisci?

Certo, gli abiti da sposa Seta sono realizzati su misura per ogni cliente, sono un viaggio tra i desideri della sposa.
Lo stile che preferisco é il “New romantic”.

Cosa ti emoziona di più nel tuo lavoro?

Quello che più mi emoziona del mio lavoro è esprimere ciò che ho dentro attraverso le mie creazioni.

La tua nuova collezione è una vera e propria favola…

La mia nuova collezione è un’ode alla leggerezza all’insegna della poesia.
I colori vanno dal rosa cipria al verde salvia volti a creare una palette delicata di nuances più chiare a quelle più scure.
Tulle sovrapposto, giochi di ricami, crêpes satin e piume di struzzo sono i protagonisti della mia nuova capsule.
Per realizzare i fiori in tre d che sbocciano sulla nuova collezione “Once Upon a Dream” sono stati necessari 100 metri di fila di Seta.

Italian Fashion Talent Awards, un grande riconoscimento e soprattutto un’immensa soddisfazione. Quali sono state le tue emozioni?

Ho provato felicità e soddisfazione, mi sono emozionata; non mi aspettavo di vincere ma in fondo al mio cuore è un premio che desideravo tanto perché questo lavoro comporta tanti sacrifici ed essere imprenditrice qui al sud è una sfida quotidiana.

Cosa vuol dire per te unicità?

L’originalità è fondamentale, ognundi noi ha un proprio talento da coltivare. Ognuno ha la sua storia. Le persone mi fermano per dirmi che hanno visto un mio abito e lo hanno riconosciuto subito. Persino sui social c’è un’inversione di tendenza oggi. Va di moda la naturalezza. La gente vuole vedere ciò che fai non in modo costruito. Inoltre bisogna trovare il proprio stile e perseguirlo, ispirandosi non copiando. È una questione di personalità; si sceglie il capo di uno stilista, lo si combina con un altro low cost, con un pezzo vintage, con un accessorio originale e il gioco é fatto.

Un aforisma che ti rappresenta e che possa descrivere il tuo essere.

Non seguo le tendenze, seguo i sogni.

 

Revival Factory, la moda dal filtro vintage con Sara e Simone

Sono sempre stato un ragazzo alla moda. Non definitemi superficiale, ci tengo a vestire “sistemat” – come direbbe mia madre. Sarà che vengo da una discendenza di narcisisti cronici: mio padre che in età da giovincello andava ogni due giorni dal barbiere; mio nonno che lasciava sempre una scia di dopobarba in giro per casa; mia madre che ci teneva sempre a rientrare in una taglia tra la 42 e la 42 e mezzo; mia nonna che si divertiva a rendere il bagno una camera opacizzata per tutta la lacca splend’or che spruzzava. Questo per dirvi che una camicia particolare, un paio di jeans denim alla Beverly Hills e un maglioncino alla Grease, sono i componenti fondamenti per un armadio alla moda, che supera ogni distanza di tempo e spazio.

“Tu sei vecchio, guarda che calzini che metti?!” Embè? Calzini con i fiorellini, il maglioncino del nonno e quella camicia a quadri non sono un sinonimo di Steve di Otto sotto un Tetto, bensì sono gli accessori e indumenti perfetti per un uomo vintage. Il cosiddetto amante di epoche mai vissute. Eccomi. Alzo la mano. Al giorno d’oggi chi non lo è almeno un po’.

Comunicazione eccellente, stile inconfondibile e accessori particolari, Revival Factory sposa perfettamente il mio pensiero. Nel giugno del 2019 mi sono ritrovato a vivere una bellissima esperienza: shopping vintage. Camice, jeans e tutto ciò che un armadio di altri tempi possa contenere, ecco cosa ho trovato in un piccolo store del salernitano. Simone e Sara mi hanno accolto nel loro mondo e da mesi ormai decido di farmi un regalo ogni tanto e vestire i loro capi. Ho deciso di raccontarvi la loro storia, il loro spazio in cui ogni persona può immergersi per sentire il profumo degli anni 60 e non solo.

Raccontatemi chi sono i creatori di questo mondo parallelo dal nome Revival Factory. 

Simone – Dadaista, stoico, ermetico, ricottaro, opinionista. Praticamente un imbecille. Appassionato di fotografia, grafica e disegno, senza un senso ben preciso decido di trasferirmi a Roma per studiare Economia. È proprio lì, tra i vicoli surreali del quartiere Monti, che entro in contatto con il mondo del vintage. Nell’Agosto del 2017 mi laureo con una tesi sulle policy per combattere il riscaldamento climatico. Avevo la valigia pronta per trasferirmi ad Amsterdam per un master in Gestione delle Industrie Creative quando improvvisamente perdo quasi del tutto la vista. Adesso non distinguo più alcun colore e non vedo più lontano della punta del mio naso.

Sara – Ex scout. Ex baby-sitter. Ex vallet. Ex promessa di almeno dodici sport diversi. Ex futura ostetrica. Dopo una serie di delusioni mi sono trasferita a Nottingham, in Inghilterra, per lavorare e rimettere i pezzi rotti a posto. Nel 2017 sono tornata in Italia, quando mi sono resa conto che tutti quei pezzi rotti stavano per tagliarmi le mani. Durante quella parentesi della mia vita ho allargato i miei orizzonti, ho conosciuto nuove culture e ho imparato la bellezza della diversità. Tutto questo ha inevitabilmente influito sul mio modo di essere e di intendere la moda.

Un mondo particolare capace di soddisfare un cliente dall’animo vintage e non solo. Da dove nasce la vostra idea?

Siamo inseparabili da quando siamo nati perché i nostri genitori hanno avuto la sfiga di stringere amicizia durante il liceo. A cinque anni giocavamo al cliente e al commesso che sostanzialmente funzionava così: uno tirava fuori tutti i suoi vestiti più belli, l’altro li comprava con i soldi del Monopoly. Poi arrivava mamma con la cucchiarella ma alla fine metteva a posto lei.

Due anni fa, un po’ per gioco, un po’ per noia, un po’ perché la voglia di riscatto era tanta, abbiamo deciso di aprire una pagina Instagram per vendere alcuni capi di seconda mano, talvolta impreziositi da alcune modifiche sartoriali fatte da noi. L’obiettivo era divertirci, diffondere uno stile troppo di nicchia, sdoganare la cultura del riciclo.

La formula era molto semplice: mettevamo insieme articoli dello stesso colore, ci divertivamo a dare un nome a quest’ultimo, scattavamo le foto e le pubblicavamo sul social network. Consegnavamo i pacchi personalmente e personalmente li andavamo a riprendere quando la taglia non andava bene. Il nostro era una sorta di e-commerce in cui i corrieri erano anche i gestori della pagina Instagram, i modelli, i fotografi, i direttori artistici. Non mostravamo mai i nostri volti, sia perché la depersonalizzazione era essenziale per capire il reale grado di apprezzamento di ogni articolo in vendita, sia perché ci piaceva cambiare faccia così come passavamo da un universo cromatico all’altro. In effetti le maschere sono parte integrante del nostro concept e ora che siamo diventati dei bimbi grandi le abbiamo associate ad un più profondo sistema valoriale. Abbiamo infuso le nostre anime all’interno di un’idea molto semplice e ne è venuto fuori un progetto dal carattere pop e riconoscibile che abbiamo chiamato REVIVAL FACTORY.

Come ricercate i capi da proporre ai clienti?

La scelta dei capi è la parte in cui alterniamo momenti di euforia ad attimi in cui vorremmo prendere la rincorsa e colpire il muro con una testata. Il passaggio immediatamente precedente è l’ideazione della collezione, che nel nostro mondo è molto più di un insieme di articoli affini. Nel momento della scelta dei capi abbiamo già la nostra idea in mente (e credeteci, la maggior parte delle volte le nostre sicurezze si trasformano nei nostri peggiori nemici). Ci piace immaginare le nostre capsule collection come piccoli ecosistemi fatte di storie, ispirazioni, ricordi, valori, persone, personaggi. Ogni collezione è caratterizzata da uno stile, ma soprattutto da un colore unico che funge un po’ da minimo comune multiplo di tutti gli articoli presenti. Adesso torniamo al momento in cui ci troviamo davanti migliaia di meravigliosi capi vintage e dobbiamo rifornire la FACTORY. Tutti i capi che sceglieremo dovranno concorrere a creare la storia che abbiamo in testa, pezzo dopo pezzo, come un puzzle completato in una precisa sequenza, rispettando la tonalità della collezione e ciò che vogliamo comunicare attraverso essa. Con il colore e l’immaginario che vogliamo creare in mente nessuno ci può fermare. Ad eccezione di un esaurimento nervoso.

Revival Factory non è solo uno store, è un piccolo mondo che profumo di storia. A quale epoca vi rifate?

Il nostro modus operandi ci ha resi inevitabilmente camaleontici. Lavorare ad un progetto del genere è un po’ come vivere perennemente in San Junipero (per chi non la conoscesse, stiamo parlando della sgargiante 3×04 di Black Mirror, nonché nostra prima collezione). Un po’ come Yorkie e Kelly, anche noi andiamo avanti e indietro nelle epoche storiche a nostro piacimento, cercando di trarre la parte più divertente da ognuna di esse. Se le protagoniste avevano trovato il loro paradiso artificiale in San Junipero, noi abbiamo trovato il nostro con REVIVAL FACTORY.

Se Revival Factory fosse una serie tv, quale sarebbe?

Anche stavolta ci risulta impossibile dare una risposta secca. Nel passato siamo stati Orange Is The New Black, Stranger Things, Breaking Bad, The Handmaid’s Tale, Game of Thrones, Westworld, Black Mirror e Beverly Hills 90210. Adesso invece siamo il Principe di Bel Air, di un viola brillante e dallo stile anni 90, sportivo e appariscente. Date un’occhiata a BEL AIR, la nostra ultima collezione. Siamo sicuri che non ve ne pentirete.

Se, invece, un capo d’abbigliamento?

Una salopette in denim. È tutto ciò che cerchiamo in un capo di abbigliamento: è unisex, comoda, resistente, versatile e personalizzabile. È decisamente risvoltino-friendly e si può indossare con entrambe le bretelle abbassate o solo con una, un po’ come faceva Willy.

Ricordate la prima vendita? Quali sono state le vostre emozioni?

Prima collezione: TIFFANY DOGGET, color Tiffany.

Caricammo le foto e dopo pochissimo ci contattò Martina per una camicia anni 90 da uomo. L’avevamo fotografata prima indosso ad un ragazzo, poi indosso ad una ragazza, semplicemente perché ci sembrava carina in entrambi i modi. La prima cosa che abbiamo pensato è stata: “ok è uno scherzo.”

La seconda è stata: “daje.”

Non riuscivamo a credere che la nostra idea avesse funzionato in così poco tempo, che eravamo riusciti a comunicare affidabilità e serietà, che lo stile che volevamo proporre potesse essere apprezzato fin da subito.

Oltre ad averci fatto battere il cuoricino per la prima volta, Martina ci ha insegnato che una buona idea può essere frutto di una casualità e che l’80% di ciò che offriamo al pubblico deve essere unisex. Da lì in poi, infatti, quasi tutte le camicie vintage (sia da uomo sia da donna) sono state proposte sia su un fisico maschile sia su uno femminile, e i risultati sono stati incredibili. Dal punto di vista estetico, ci saremmo aspettati una sorta di appiattimento del genere, in cui le foto con due fisici diversi potevano assomigliarsi. Invece ci siamo sorpresi che ne è venuto fuori l’esatto contrario. Tutti i capi si adattavano perfettamente alle forme maschili e femminili, accentuandone, paradossalmente, le differenze.

Abbiamo rivisto Martina la sera dell’inaugurazione del nostro vintage store e una particolare forma di sindrome di Stendhal ci ha colpiti come un colpo di defibrillatore.

Siete degli amanti della moda, quale consiglio dareste agli stilisti emergenti?

Forse per noi sarebbe stato più semplice dare un consiglio tecnico a Samantha Cristoforetti riguardo la propulsione aereospaziale dei satelliti artificiali ma in ogni caso ci proviamo.

In base al nostro modo di intendere la moda, agli stilisti emergenti vorremmo consigliare di osare e ricercare, di andare indietro nel tempo e lavorare sulla sostenibilità dei loro capi. Se da un lato è importante rispondere alla domanda di massa, dall’altro è fondamentale tenere conto di tante altre nicchie di mercato che non riescono a sentirsi rappresentate dall’offerta attuale. L’abbigliamento deve essere un mezzo di espressione personale. Questo è il motivo per cui noi amiamo i capi unici e dalla forte personalità. Andare oltre i propri confini significa, quindi, essere in grado di pensare fuori dagli schemi imposti dal mainstream e provare a rispondere a una domanda: cosa voglio esprimere con questo capo? O meglio, cosa voglio che questo capo dica di chi lo indossa? Tutto ciò è possibile solo attraverso la ricerca che inevitabilmente porterà a ripescare le tendenze del passato, riproponendole in varie declinazioni a seconda della propria firma stilistica. Il mercato, inoltre, pretende rapidità e la rapidità, spesso, va a discapito della qualità e non solo. La fast fashion ha svilito il concetto di abbigliamento, proponendo migliaia di articoli identici usa e getta, privi di anima ed etica. La produzione di massa, delocalizzata e incurante dei materiali utilizzati, dell’ambiente e della manodopera sfruttata ha reso l’industria della moda semplicemente insostenibile.

Definite la moda di oggi con tre aggettivi.

Fast, lunatica, ma anche revival.

Prospettive future?

Crescere è co-creare. Il 2019 è stato un anno tanto bello e stimolante quanto difficile. La sensazione è stata quella di sfrecciare sulle montagne russe dopo aver mangiato due pizze salsiccia e broccoli. REVIVAL FACTORY è un progetto ambizioso e noi non vediamo l’ora di farvi vedere tutte le sue evoluzioni. Da tempo stiamo lavorando alla giusta formula per il nostro e-commerce. Le carte sono già tutte sul tavolo ma non vogliamo scoprirle prima di essere certi che l’esperienza d’utilizzo sia davvero capace di teletrasportarvi nel nostro pianeta fatto di colori, fantasie, tessuti e storie. Abbiamo tanti progetti in cantiere che si incastrano insieme e funzionano solo se tutti gli ingranaggi girano contemporaneamente. Da sempre abbiamo voluto che la nostra piccola fabbrica fosse un network di creativi, un incubatore d’arte fatto di idee, proposte e co-creazione. Vogliamo continuare a lavorare con musicisti e stringere nuove collaborazioni con artigiani e innovatori.

Odiamo gli spoiler, ma solo quando li fanno a noi, pertanto vi anticipiamo che la nostra prossima creatura sarà un meraviglioso progetto di stampe e poster che raccontano la nostra storia, il nostro brand e i nostri valori, attraverso tre personaggi-simbolo che riflettono l’essenza di REVIVAL FACTORY. Dopo avervi proposto svariati cult della cultura pop attraverso le nostre lenti colorate, adesso è arrivato il momento di parlarvi del nostro racconto.

Cari amici, è arrivato il momento di raggiungere Revival Factory in Via XX settembre 39-41, Salerno. Vi consiglio anche di dare uno sguardo al loro account Instagram, clicca qui.

Francesca Favotto, una giornalista che racconta il vero amore

Sono sempre stato un curiosone. Facebook in questo mi aiuta molto. Non posso fare a meno di leggere i post delle persone che ammiro e leggere dettagliatamente i loro pensieri. Sono pochi gli account che seguo con stima e approvo ciò che espongono in quelle poche righe. Poi, ci sono personalità che fanno del proprio profilo un vero e proprio diario. Non con lo spirito di raccontare “sfacciatamente” la propria vita o per vantarsi di tutto ciò che fanno e hanno. Lo fanno semplicemente per raccontare, in modo dolce, il proprio stato d’animo e tutto l’amore che circola nelle vene. Quell’amore che dal cuore raggiunge i polpastrelli così da riportare virtualmente la vita che circonda.

Non tutti sono capaci di raccontare l’amore. Molti lo fanno in modo banale, altri smielato. Poi c’è lei, in punta di piedi, quasi silenziosamente, con frasi che toccano nel profondo il tuo essere sentimentale e anche piagnucolone. Francesca Favotto, giornalista, narratrice, ufficio stampa, amante della vita.

Perché ho deciso di raccontare di lei? Perché lei sì che ha una storia unica da raccontare. E’ una persona nella quale mi rivedo molto e dalla quale posso imparare, sia da un punto di vista professionale sia e soprattutto da un punto di vista umano. L’ho definita la giornalista dell’amore. Non mi sono mai piaciuti i professionisti che si limitano a raccontare senza emozione e senza mettere un po’ della propria esistenza in quello che fanno.

Immagino Francesca che immerge la propria piuma in un calamaio di inchiostro e sentimenti. Sono parole in chiave vitale e punteggiatura di sospiri e lacrime che trattengono le emozioni.

L’ho sempre seguita sul web e poi grazie alla presentazione di un libro, ho avuto l’onore di incontrarla dal vivo. Mi ha sorriso e ho ammirato i suoi occhi attraverso le lenti dei suoi occhiali. Occhi piccoli ma nei quali ti puoi perdere per tutto ciò che hanno vissuto. Da curioso quale sono le ho chiesto di raccontarsi e di parlarmi della sua visione dell’amore.

Francesca Favotto Storie Uniche

1. Racconta di tre in tre frasi.
“E se c’è un segreto | È fare tutto come | Se vedessi solo il sole” – Elisa
“Ho compreso, infine, | che nel bel mezzo dell’inverno, | ho scoperto che vi era in me | un’invincibile estate”. – Albert Camus
“Cadi sette volte rialzati otto” (Proverbio Giapponese)
2. Ti sei mai chiesta “Se non avessi scelto questa strada, cosa avrei fatto nella vita?”

Non ho scelto io questa strada, ma è stata la strada a scegliere me. Potenzialmente avrei potuto fare tutto e potrei ancora fare tutto nella mia vita, ma non sarei stata mai così felice, come quando scrivo. Per me è un’urgenza, un bisogno: la sento proprio crescere dentro di me quell’esigenza di buttare nero su bianco i miei pensieri, le mie riflessioni, le mie curiosità. Quasi un malessere, che subito dopo diventa una sensazione di benessere, di pace. In mezzo alle parole – scritte, lette, pensate, ascoltate – sto bene. Scrivere è la mia dimensione. Il giornalismo ne è una piccola sfaccettatura.

3. Ad oggi sei soddisfatta della strada che hai intrapreso? 

Lo sono sì, non sono soddisfatta delle condizioni in cui versa il mondo del lavoro, e più nello specifico, del giornalismo: chi scrive da sempre è visto come un perdigiorno, non fondamentale negli ingranaggi del mondo lavorativo. Sembra che chiunque possa essere in grado di comunicare bene. E invece no, comunicare con il giusto grado di emozione e di professionalità non è cosa di tutti, appartiene a pochi. Purtroppo che a questi pochi non venga riconosciuto.

4. Il mondo del giornalismo non è per niente semplice ma quando c’è la passione e quell’emozione di mettere nero su bianco, tutto svanisce. Tu come affronti questo mondo e quando hai capto che sarebbe stato il tuo posto nell’universo?

Al momento sono abbastanza disincantata: vedo una professione meravigliosa prendere botte e disgregarsi sotto i colpi della comunicazione fatta a casaccio, senza tutele, senza riconoscimenti, come dicevo prima. Prendo quello che viene e cerco di conquistarmi quello che riesco. Finora non ho mai mollato e credo che continuerò a scrivere finchè avrò vita. L’ho capito tardi, ma l’ho sempre saputo che avrei lavorato in quest’ambito: ho cominciato a esercitare la professione quasi 10 anni fa, ma a scuola la materia in cui andavo meglio era italiano e i miei temi erano sempre da 10. Poi amavo leggere, informarmi, parlare, comunicare… da piccola fingevo di presentare i telegiornali. Una forma di giornalismo/comunicazione che mi piacerebbe intraprendere e in cui sarei a mio agio è quello della radio: mi piacerebbe presentare un mio programma che possa coniugare intrattenimento, informazione e ottima musica. La musica è un’altra delle mie più grandi passioni, seconda solo alla scrittura. Immersa nella musica, non ho mai sperimentato sofferenza o dolore; la musica unisce. La musica per me è tutto e ne sono una grande consumatrice.

5. We For Wedding, un bellissimo progetto che ti vede protagonista all’interno di un portale dove l’amore e il velo bianco sono i perni principali. Ricordi il momento esatto in cui hai dato iniziato a questo percorso? 

We for Wedding è la mia creatura, il mio sito. Lì dentro parlo principalmente d’amore, ma alla mia maniera, dal mio punto di vista. Lì sono racchiusi i miei pensieri più profondi, la mia parte più vera. Parlo del mio rapporto con Teo, delle mie paure, di ciò che mi succede, di ciò che succede intorno a me, di ciò che mi ispira, delle cose belle che ci passano accanto… Ricordo sì quando lo aprii: era marzo del 2012, un momento in cui avevo poco lavoro, ma siccome amavo scrivere e non volevo perdere la mano, decisi di aprire il mio blog – dapprima su Style.it (ex sito Condè Nast, ndr), poi è diventato indipendente: qui mi permettevo di parlare di matrimonio in maniera più personale, più soggettiva. L’anno successivo, nel 2013, aprii la sezione DuemilaeCredici, dedicata al pensiero positivo e all’ottimismo. Quell’anno si aprii nel peggiore dei modi, ma io decisi che il pessimismo non avrebbe avuto la meglio su di me. E così, mi misi a scrivere di tutto il buono che ancora mi pareva di scorgere nella nebbia della vita. E me ne tirai fuori.

Francesca Favotto Storie Uniche Intervista

6. L’amore, per Francesca è? 

L’amore è tutto. Ma soprattutto spirito di sacrificio. Pensateci: solo se si ama davvero, si rinuncia a qualcosa, ci si mette in gioco, si mette sul piatto quanto di più caro si ha (il proprio tempo, il proprio impegno, il proprio fegato). L’amore non è una passeggiata, anzi. E nemmeno rose e fiori. Spesso si fa l’errore di confondere l’innamoramento con l’amore: il primo è la fase iniziale, in cui si cammina a un metro da terra. Il secondo è quando si sceglie di restare, nonostante sia più allettante e semplice proseguire da soli e altrove. Amare è l’infinito del verbo restare. Io resto non solo perché amo te, ma perché amo quello che abbiamo costruito insieme, amo costruire con te.

7. Se ti dovessi identificare con una canzone, quale sarebbe? 

Senza dubbio alcuno, “Una mano sugli occhi” di Niccolò Fabi. Sembra che sia stata scritta per me e Matteo e descrive esattamente l’amore per quello che è. Come dicevo prima, l’amore “Non è più baci sotto il portone | Non è più l’estasi del primo giorno | È una mano sugli occhi prima del sonno”. E’ rimanere, fino alla fine e desiderare di andarsene prima di chi amiamo, perché senza di lui la tua esistenza non avrebbe più senso. E poi Niccolò è il mio cantautore preferito in assoluto: consiglio di ascoltare in modo profondo i suoi brani, sono balsamo per la mente e il cuore.

8. Sei giovane, innamorata, solare e coraggiosa. Come non è Francesca?

Non sono affatto così coraggiosa e solare come sembro. Con questo non significa che fingo, anzi: sono come mi si vede, trasparente e limpida. Ma ho dei lati oscuri e insicuri che mostro molto poco, quasi mai: ho paura del rifiuto, ho paura di restare da sola, ho paura di non sapermela cavare quando occorre. Così, per mettermi alla prova, mi isolo e non chiedo mai aiuto, forse proprio perché sin da piccola sono stata abituata a cavarmela da sola. Finora ce l’ho sempre fatta, ma ciò non vuol dire che non tema il fallimento, anzi. E poi non sono paziente, ma ho dovuto imparare: la malattia, il successo sono fatti di lunghe attese, la tua vita viene messa in pausa numerose volte e non sai quando potrà ravviarsi. E tu non puoi fare altro che sederti e attendere che vengano tempi migliori.

9. Storie Uniche racconta di personalità che fanno la differenza ed ogni persona è unica nel suo genere. Tu in cosa ti senti unica rispetto al resto del mondo? 

Sono unica perché cerco sempre di fare la differenza in positivo nelle vite di chi mi incrocia: con un sorriso, una parola gentile, un abbraccio, una soluzione, una mano. Spesso non ci rendiamo conto del bene che possiamo fare con un piccolo gesto. Sono una ferma sostenitrice dei piccoli gesti.

10. Consiglia un libro che hai amato e di cui ad oggi non puoi fare a meno.

E’ un grande classico, ma per me intramontabile: “Cime tempestose”, una delle storie d’amore più tormentate e intense di sempre. E la canzone di Kate Bush esprime bene in musica questo sentimento. Parole e musica, un connubio imprescindibile per me. Da sempre, per sempre.

E dopo tutte queste parole, questi periodi, questi paragrafi, anche per me che sono un logorroico risulta difficile chiudere questo articolo. Vi do solo un consiglio: rileggete, immergetevi in ogni singola parola e fate tesoro di questo viaggio tra musica, dolcezza e vita. Francesca ha colto perfettamente il senso del mio blog: l’unicità è di tutti e va narrata, deve essere letta, deve essere condivisa.

“Amare è l’infinito del verbo restare. Io resto non solo perché amo te, ma perché amo quello che abbiamo costruito insieme, amo costruire con te.”

I sogni di Giovanni Raspante tra fiori e ricordi d’infanzia

Ho sempre amato il mondo del wedding e a volte capita di immaginare come potrebbe essere il tuo matrimonio. La persona che ami è al tuo fianco. Tu sei fiero e inizi a guardarti intorno, felice ed estasiato per quanto stia accadendo. Di sicuro non indossi l’abito bianco con lo strascico – che diciamolo, fa molto più scena – ma indossi un semplice completo di lino color carta da zucchero con un fiore bianco nel taschino della giacca. Le sedie ci sono, il celebrante anche. E tutto è contornato da fiori e profumi delicati che solo in quel giorno così importante puoi avere il piacere di ammirare, convinto ed emozionato del fatto che stiano contribuendo al tuo sogno.

Ora mi sveglio, smetto di sognare e vi dico dove voglio arrivare.

I fiori, sono un dettaglio fondamentale che una coppia non deve assolutamente trascurare. Gli allestimenti, semplici o fastosi che siano, aiutano a vivere il giorno del fatidico SI come un vero e proprio paradiso. Creano un’atmosfera magica che inevitabilmente ti portano a sorridere per tutta la durata della giornata. Avete bisogno di professionisti che possano esaudire ogni vostro desiderio ed oggi sono qui a consigliarvi il guru del floral design: Giovanni Raspante.

Ho avuto l’onore e il piacere di conoscerlo durante un evento nel veneziano. Era in giuria per decretare il vincitore della categoria “Miglior fiorista” per il settore wedding. Durante il suo intervento ho ammirato la sicurezza del suo linguaggio e come riusciva a trasmettere l’amore per il suo lavoro. Il destino ha voluto che lo incontrassi di nuovo in questo mio nuovo percorso con Stilnovia Magazine. Ad oggi, sono felice di presentarvelo qui, con un’intervista che ci fa ripercorrere la sua infanzia e come una passione può diventare un vero e proprio lavoro.

Giovanni Raspante Storie UNIche

Giovanni Raspante, chi era ieri? Chi è oggi? Raccontaci come è cambiata la tua vita grazie al mondo dei fiori?

Quando mi guardo indietro vedo un ragazzo pieno di sogni e mille percorsi da prendere. Tante paure, ma i grandi sogni erano il fuoco che mi ha dato poi la forza e l’entusiasmo di buttarmi a capofitto su un mondo ai miei occhi molto lontano e quasi irraggiungibile. Oggi guardo indietro quel ragazzo e mi ci vedo ancora in tante cose, ma l’esperienza poi diventa il mezzo per avere meno paura. I fiori sono per me semplicemente il più bel mezzo per esprimermi. La mia vita è cambiata moltissimo. Non ho più molto tempo per annoiarmi e la noia un pò mi manca.

Giovanni Raspante

Un regno dove colori e profumi si mescolano per suscitare sensazioni e vere emozioni. Quando hai incontrato tutto questo? Il tuo primo fiore colto lo ricordi?

Ricordo benissimo la mia infanzia. Con la mia famiglia si andava spesso nella casa fuori città in campagna. Spesso mi isolavo da tutto, magari seduto su un sasso a guardare come cresceva l’erba e i fiori di campo; ne ero molto attratto e di settimana in settimana osservavo come la natura si esprimesse con le stagioni che trascorrevano. Sento ancora quei profumi innestati nella mia mente come fossi ancora lì. Raccoglievo molti fiori di campo per portarli a mia madre. Era per me il miglior modo per dimostrarle il mio affetto.

 Stylosofie, come nasce tutto questo?

Spesso dico che questo lavoro ha scelto me. Era come se la mia attenzione venisse catturata molto spesso dai fiori. Poi un giorno per caso incontro un floral designer che mi dà l’opportunità di iniziare e da li a breve presi la mia strada, le mie esperienze, i miei studi decidendo così di iniziare per conto mio. Il tutto doveva avere un nome. Non un nome qualunque ma il nome che rappresentasse la mia visione di questo lavoro. Credevo e credo molto nella potenza che può avere lo scambio culturale, quindi quella parola doveva avere un suono anche lontano ma decifrabile ovunque e così un giorno mi è arrivato “Stylosofie” che sento ancora molto attuale.

In quale fiore si identifica maggiormente Giovanni Raspante?

Tutti i fiori sono per me importanti. Hanno una gran voce nell’insieme della realizzazione finale. Ogni fiore ha la sua personalità, la sua grazia e ci comunica sempre qualcosa. Assemblarli e come mettere delle parole insieme, potrebbero non significare nulla o essere poesia. Ho un debole per l’anemone però.

Il mondo del wedding, si può definire la tua seconda casa. Incontri coppie, giovani amori e realizzi i loro sogni con mondi incantati e profumi delicati. Qual è la prima domanda che fai ai futuri sposi?

Credo che il wedding sia la mia prima casa. Chi mi conosce sa quanto tempo dedico al  mio lavoro e spesso i miei viaggi sono sempre rivolti a trovare spunti di creatività. E’ un lavoro meraviglioso poter contribuire a rendere magico l’unione di un amore. Sicuramente la prima domanda che faccio alla coppia di sposi è come si immaginano il loro matrimonio. Poi da lì tiro fuori le idee che devono essere sempre legate a quel sogno che mi hanno appena raccontato, naturalmente può capitare di dover portare la coppia su qualcosa di idoneo per loro e per lo stile del matrimonio che sarà.

Cosa provi quando vedi tutto pronto e gli occhi emozionati dei giovani amanti?

Quando si crea un progetto su carta l’obbiettivo principale è rivederlo esattamente realizzato. Con l’esperienza questo ormai accade quasi sempre. Però una cosa che tutte le mie coppie sanno e a quanto io ci tenga a far vedere la sala allestita prima a loro due. Perché in quello stupore trovo la più grande gratitudine.

A quale professionisti o grande artista ti ispiri?

Ci sono tantissimi floral designer internazionali bravissimi e visionari. Mi piace guardare le loro opere perché un artista non butta li mille cose , ma è come se ogni allestimento fosse parte di un racconto, il proprio. E’ lì che capisco la grandezza di quell’artista. Comunica nella sua lingua qualcosa di molto chiaro e molto suo. L’ispirazione arriva da qualsiasi cosa, anche la più improbabile, l’importante è lasciare sempre aperta quella porta dentro di noi che deve poi poter analizzare l’emozione vissuta per poi trasformarla in arte floreale.

Cosa è per te l’unicità?

L’unicità è riconoscersi in quello che si dice o si fa senza dover per forza preoccuparsi di come possiamo arrivare agli altri. E’ un percorso interiore molto grande e importante ma ci si può arrivare. E’ un pò il senso di libertà che tutti dovremmo avere.

Descriviti con tre aggettivi.

Vediamo: estremo, semplice, folle. Praticamente un uomo perennemente in conflitto.

Creativo, preciso e alternativo, a Giovanni piace sorprendere e con il suo lavoro lo fa a tutti gli effetti. Un uomo che realizza i sogni e con la sua storia dimostra che un obiettivo si può raggiungere con caparbietà e forza d’animo. Vivere di esperienze e farne tesoro è uno dei segreti per coltivare il proprio giardino e arricchirlo con fiori incantevoli che emanano profumi davvero inconfondibili.

Laura Marino e il suo sogno: “Stilnovia è il prolungamento della mia anima”

Non è stato difficile scegliere il primo professionista da introdurre sul mio blog con la rubrica “Storie UNIche”. Appena ho pensato di riprendere ad intervistare lei è stata la prima persona che mi è venuta in mente: Laura Marino.

Occhi chiari e volto da principessa delle favole. Vidi Laura per la prima volta durante un evento dedicato al mondo del wedding e da quel momento questo settore ha accompagnato il nostro rapporto, prima professionale, ad oggi di amicizia. I capelli le accarezzavano le spalle e quel sorriso accoglieva tutti coloro che entravano dalla porta di Wedding Solution. Aveva tra le mani dei fogli dove immagino stesse prendendo appunti sugli ospiti arrivati. Mi avvicinai e le tesi la mano: “Finalmente ci conosciamo”. Fino a quel momento Laura per me era solo una voce con la quale, tra un articolo blog e l’altro, mi confrontavo per fare correzioni o semplici scambi di informazione.

Ad oggi è cambiato tutto, in meglio ed ora vi spiego perché.  Dopo mesi e mesi di telefonate e richieste di articoli mi ritrovo nel suo ufficio. Come sempre è il suo sorriso a darmi il benvenuto e tra un caffè e una risata, ad un certo punto mi chiede: “Ti va se sul magazine ti cito come vice direttore? Voglio che si sappia che sei la mia spalla destra!” Stento a crederci – ancora oggi – e tra un balbettio e un sorriso da deficiente accetto, senza esitare. E’ come se da quell’istante il nostro legame si sia consolidato e il rapporto di fiducia sia cresciuto, sia maturato.

Laura Marino - Stilnovia Magazine
Photo credit: Francesco Lanzillo – Dress: Seta Atelier

Stilnovia e la principessa dei sogni d’amore

Giovanissima, biologa, decide di cambiare vita e dedicare al mondo degli eventi e del wedding per dare sfogo alla propria creatività e al proprio estro. Ricopre il ruolo di direttore del magazine nazionale Stilnovia e tra testardaggine e intraprendenza realizza ciò che ad oggi viene definito “un sogno d’amore tra le mani”. Grazie a queste pagine, Laura accompagna giovani sposi a realizzare il proprio sogno, tra abiti bianchi e composizioni floreali, tra viaggi e racconti poetici.

Laura Marino - Stilnovia Magazine
Photo credit: Francesco Lanzillo – Dress: Seta Atelier
  1. Laura Marino, giovanissima, intraprendente e con tanti sogni ancora da realizzare. Come divieni direttore di un magazine così prestigioso?

È stato un sogno diventato realtà. Sin da piccola mi sono sempre immaginata a capo di qualcosa che mi rispecchiasse pienamente e che lasciasse modo di esprimere completamente il mio essere e le mie passioni. Andrea Riccio, titolare della nota azienda di progettazione e costruzione di scenografie e allestimenti per eventi, Wedding Solution, ha fatto in modo che tutto questo si avverasse. Sono la sua spalla destra da ormai quattro anni e quando Andrea mi ha parlato di voler realizzare un magazine e di volermi a capo di quest’ultimo, ne sono stata entusiasta. Ricordo ancora l’emozione e la trepidazione del momento. Un entusiasmo che anche nei momenti di difficoltà, che indubbiamente si incontrano lungo il percorso e la realizzazione di qualcosa di nuovo, non mi abbandona mai. Stilnovia è il prolungamento della mia anima e del mio essere. È un lavoro, certo, che mi ha caricata di tante e notevoli responsabilità e compiti, ma è anche un lavoro che amo ed un progetto che adoro portare avanti e far crescere ogni giorno sempre di più, proprio come si fa con un bambino o un cucciolo. Cerco ogni volta di informare, trasmettere e raccontare qualcosa in più delle meraviglie di questo settore ai lettori.

Photo credit: Francesco Lanzillo – Dress: Seta Atelier
  1. STILNOVIA, un contenitore di dolci sogni. Come nasce? Raccontaci l’obiettivo del magazine.

Stilnovia è un magazine quadrimestrale. Nato circa un anno fa, ha l’obiettivo di informare le future spose (ma anche gli operatori del settore alle prime armi), trattando, ad ogni uscita, di un unico e ben preciso stile per il matrimonio. Già nel nome, Stilnovia, è racchiusa l’essenza del magazine. Stilnovia deriva da Stilnovo, l’importante movimento poetico italiano sviluppatosi nel 13esimo secolo, attraverso il quale si è andato affermando un nuovo concetto di amore impossibile nonché un nuovo concetto di donna, intesa come donna angelo. Ma, Stilnovia, è anche la combinazione delle parole “Stile” e “Novia” che, in spagnolo, significa sposa. È proprio l’amore il caposaldo e il fondamento del magazine. In un settore come il nostro in cui si danno sempre tanta importanza ai tecnicismi e al lato economico e mediatico del nostro lavoro, abbiamo sentito l’esigenza, invece, di dare nuovamente importanza a ciò che alla base di esso, ovvero l’amore.

Ciò che differenza Stilnovia dagli altri magazine, infatti, sono:

  • I racconti d’amore. Oltre a dare alle nostre spose e ai lettori delle nozioni tecniche attraverso delle pagine di approfondimento chiamate “highlights”, abbiamo infatti deciso di “raccontare” (letteralmente) uno stile, attraverso delle storie d’amore. Volevamo che il lettore venisse catapultano in una storia, in una vicenda che avesse come filo conduttore semplicemente lo stile. Non è un lavoro facile quello di trasmettere l’emozione di un racconto d’amore e, nello stesso tempo, di informare il lettore sugli aspetti tecnici di quello stile; ma sono davvero orgogliosa del risultato.
  • La scelta stilistica di utilizzare, per i redazionali ovvero le storie d’amore, tutti scatti in bianco e nero. Anche la nostra copertina è volutamente in bianco e nero e mostra sempre un volto in primo piano di una sposa che, ovviamente, nei dettagli rispecchia lo stile di cui andremo a trattare. Sono del parere che gli scatti in bianco e nero, grazie anche all’utilizzo di una carta interna da 130gr, rendano la lettura più emozionante e la rivista più elegante ed essenziale. Il tocco di colore e dinamicità, invece, lo abbiamo dato con le interviste e gli highlights.
  • Infine, trattare di un unico stile. Non ci interessa comunicare ed informare i nostri lettori circa tutte le novità, i trends e gli stili che affollano questo settore piuttosto, di trattare di un unico stile e di farlo approfonditamente con pochi, selezionati e rinomati esperti del settore, mostrando solo ciò che, secondo noi, è davvero in linea con lo stile trattato, di classe e per un target alto di utenze.
  1. Un magazine diverso dove ogni pagina cattura l’attenzione del lettore. Come hai studiato l’impaginazione? Cosa vuoi trasmettere?

Eleganza. Sobrietà ed essenzialità. Non ho mai immaginato nulla di diverso per Stilnovia. Non volevo che fosse l’ennesimo magazine nel quale la vista della sposa fosse affollata da abiti sovrapposti, colori accesi e grafiche ogni volta diverse, sempre più ricche e arzigogolate. Sono del parere che l’essenziale è la più alta forma di eleganza e questa mia forma mentis si evince soprattutto dall’impaginazione pulita. Devo dire che sono supportata anche da dei veri professionisti, il team di grafici di Only Adv, che hanno compreso a pieno la mia idea di impaginazione e l’hanno fatta loro, realizzando un prodotto elegante e raffinato.

Photo credit: Francesco Lanzillo – Dress: Seta Atelier
  1. Sei circondata da professionisti del settore Wedding che mettono in gioco le proprie capacità di redattori per raccontare il proprio lavoro. Come sono stati selezionati?

Questo è il bello di Stilnovia: non solo giornalisti e scrittori, ma anche professionisti del settore. Tutte le attività, le persone e le imprese presenti sulla rivista e/o citate in essa, sono riconosciuti da noi e presentati al pubblico di lettori e riceventi della rivista come operatori del settore professionisti, di alto livello, e imprese/ attività di spessore. In quest’intenso anno di lavoro, supportata dalla mia spalla destra, il vice direttore di Stilnovia, ed Andrea stesso, ho fondato un vero team di professionisti che, appunto, si mettono in gioco e a nudo, raccontando le loro esperienze e descrivendo le loro emozioni. Abbiamo selezionato, quindi, i migliori professionisti del territorio e non, coloro che ritengo, oltre alla professionalità indiscussa, che presentino anche un animo dolce e una spiccata empatia. Non è facile saper raccontare le emozioni con la stessa facilità con cui si espongono le nozioni tecniche.

  1. Stilnovia ad oggi vanta ben 3 numeri, ognuno da quali ha avuto un successo davvero incredibile. Dove si può trovare la rivista?

Stilnovia è disponibile su abbonamento. Tutte le spose e gli operatori del settore interessati alla lettura del magazine possono richiedere di abbonarsi e ricevere, direttamente a casa, tutte le tre pubblicazioni annuali. Ma non solo, è comunque possibile leggere e sfogliare il magazine in gran parte delle location 4 – 5 e 5 stelle lusso d’Italia come: L’NH Grand Hotel Convento di Amalfi; Villa Cimbrone; St.Regis Rome; Borgo Egnazia e tanti altri.

  1. Tra queste pagine che profumano d’amore si raccontano storie di giovani coppie che vogliono convolare a nozze. Si possono leggere anche storie scritte con la “tua penna”. A chi o a cosa ti ispiri per comunicare i tuoi messaggi?

Assolutamente sì, non potrei rinunciare a scrivere a dar sfogo alle emozioni che quotidianamente vivo grazie al mio lavoro. Il mio lavoro quotidiano, infatti, è la mia più grande ispirazione. Seguire le coppie di sposi, contribuire al loro sogno d’amore è, ogni volta, un’emozione che merita di essere raccontata.

Me, te e i sogni che si realizzano

Sono orgoglioso di affermare che conoscere Laura è stato un onore. Entrare in contatto con persone che esprimono positività e voglia di fare, ti aiutano solo a crescere ed esaudire i tuoi desideri. Ad oggi grazie a lei ricopro un ruolo importante che mi rende soddisfatto del percorso che sto facendo. Un sogno che mi accomuna molto ai pensieri di Laura. Un esempio, una ragazza dalle mille qualità che ha fatto della sua timidezza e della sua intelligenza arme vincenti.

Ecco perché ho deciso di intervistare Laura Marino, l’emblema dei “sogni realizzati”. 

Photo credit – Francesco Lanzillo