15 anni fa il mio coming out: fortuna si ma quanto coraggio

E’ già trascorsa una settimana dal 17 Maggio, la giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia ormai in vigore dal 2004.
Ben 16 anni quindi, ma quanto in 16 anni è cambiato davvero? Nel mio piccolo credo di poter dire la mia considerando che, proprio circa 15 anni fa, facevo il mio coming out in famiglia.

Un coming out che io definisco “coraggioso” perchè fatto in un’epoca in cui di omosessualità si parlava ancora poco e io stessa, prima di scoprirmi lesbica, neanche sapevo dell’esistenza di un’alternativa all’eterosessualità a cui ero sempre stata abituata.

Eppure in molti contestano il mio coraggio, definedomi piuttosto fortunata avendo avuto una famiglia che ha capito e appoggiato la mia scelta. Chiariamoci:non la scelta di essere gay, che scelta non è, quanto la scelta di vivere a pieno il mio orientamento.

Sicuramente mi ritengo fortunata di avere una famiglia accogliente, che sappia ascoltare e sostenermi ma mettetevi nei panni di una diciottenne di quindici anni fa, ancora spaventata e confusa dall’aver appena capito di essere attratta dallo stesso sesso.

Ricordo ancora quando spedii la lunga lettera piena di commozione ed emozioni contrastanti, in preda allo spavento. All’epoca ero in Inghilterra e già avevo elaborato un piano B nel caso in cui i miei mi avessero cacciato di casa. Non si possono descrivere le sensazioni che ti pervadono in quei momenti di attesa. Non si può descrivere la paura di rispondere a quella chiamata in cui sai che dovrai affrontare il discorso per la prima volta.

Ricordo ancora mia mamma e il suo:”Ora non mi diventerai un maschiaccio?!”che mi fece un po’sorridere un po’ capire la quantità di stereotipi di cui il mondo omosessuale è pieno.

Insomma, ora posso dire di essere felice e in pace con me e con la mia famiglia ma non ci siamo risparmiati pianti, silenzi e scontri. Così come per noi capire che qualcosa sta cambiando, o meglio si sta rivelando, è difficile e causa di tanta confusione, anche i genitori hanno bisogno dei loro tempi per abituarsi all’idea che le cose son diverse da come se l’erano aspettate, non peggiori, ma semplicemente diverse.

E non bisogna mai smettere di avere pazienza, di comunicare, aprirsi e parlare di quello che sentiamo con normalità perchè solo così gli altri percepiranno il tuo mondo come simile al loro e non saranno spaventati dalle differenze.

Questo ho imparato dall’esperienza con la mia famiglia e non solo: siamo diversi? Si, probabilmente si. Diversi per orientamento sessuale. Ma le diversità sono tante e variegate, basta soltanto viverle con serenità e trasmettere quella stessa serenità agli altri per far si che non le percepiscano come qualcosa di spaventoso ma come qualcosa di vicino a loro.

Ancora una volta UNIci e UNIversali dunque, diversi nelle nostre peculiarità ma tutti accomunati dalla stessa voglia di amare e di essere amati.

Amate, amate e ancora amate che nel mondo ci sarà sempre chi si opporrà alle vostre scelte, nel mondo ci sarà sempre chi soffrirà del coraggio altrui, nel mondo ci sarà sempre che tenterà di farvi avere ripensamenti. E’ giusto per questo essere tutelati ma è anche giusto non generalizzare e capire che, laddove noi ci porremo come persone sane e serene, ci circonderemo di altrettanta positività.

Siate UNIci, siate UNIversali.

SIATE UNI!

Vado a vivere da solo. Bollette non vi temo!

Sono sempre stato un mammone. L’idea di abbandonare il tetto che mi ha visto crescere per bene 30 anni mi ha sempre spaventato. Al tempo stesso, però, in una piccola parte del mio cervello è sempre balenata l’idea di prendere casa e vivere da solo la mia esistenza. Un po’ tragica come descrizione, lo ammetto. Ma come si fa a rinunciare al caffè del buongiorno della mamma, alla colazione pronta sul tavolo, ai vestiti che magicamente sono puliti e profumati già il giorno dopo, alle cose che scompaiono e che in men che non si dica te le ritrovi davanti agli occhi dopo aver detto “MAMMA”?

Mamma, papà, vi lascio!

Ebbene si. Con forza e coraggio ho preso la mia valigia e ho esclamato “Cari mamma e papà, ho preso casa. Vado a vivere da solo”. Beh, a queste parole le espressioni dei miei genitori sono state particolarmente sarcastiche “Eheh, e ti sai cucinare? Sai lavare i panni? E le bollette come le paghi?”.

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Tutti fattori ai quali non ho mai pensato se non dopo aver ascoltato mamma e papà. “Ho deciso, devo prendere una strada da solo ed è arrivato il momento di farlo”. I miei mi hanno visto particolarmente deciso. Il cocco di casa che va a vivere da solo è un trauma che ogni famiglia deve vivere. Io non vado a studiare fuori oppure non ho trovato un lavoro che mi obbliga a trasferirmi. Volontariamente ho deciso di lasciare il tetto familiare per assumermi le mie responsabilità. Forse proprio questo ha spaventato e turbato l’animo dei miei genitori. Il figlioletto basso e grasso, è ora diventato alto e magro e ha capito che quella testa sulle spalle la può usare anche da solo senza l’aiuto di nessuno. E a queste comprensioni mio padre ha teneramente esclamato “Ma almeno la domenica vieni a pranzo qui?” Come non ci si può commuovere con queste semplici parole? Eppure ci è riuscito e non ho potuto fare altro che dire “Si papà, ovvio”.

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Bollette, affitto, convivenza. Ah!

Di esempi ne abbiamo che con difficoltà ma anche con sorriso hanno vissuto la convivenza. Pensate a Friends oppure Will & Grace, serie tv perfette che descrivevano amicizie e amori, traumi e difficoltà, che giovani ragazzi vivevano ogni giorno. Tutto bellissimo. Tutto divertente e le risate di sottofondo registrate, davvero, ti facevano credere che tutto era possibile. Mica parlavano mai di bollette, affitto, di come si lava un bagno o di come si fa la lavatrice?! Ad oggi, nel mio piccolo appartamento di Bellizzi mi ritrovo a concretizzare la mia decisione e a fare cose mai fatte prima. Starò crescendo? (Era quasi ora, direte)

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Di sicuro è una realtà nuova. Svegliarsi e alzare le tapparelle della mia stanza è una sensazione nuova, come del resto non avere la mia cagnolina che mi slinguazza il viso o mia madre che alle otto del mattino è già alle prese con le pulizie di casa. Una sensazione che sto assaggiando pian piano e alla quale penso e ripenso nelle piccole azioni quotidiane. Come lavare i piatti, scendere la spazzatura o sistemare il letto, responsabilità che ho preso volontariamente e che voglio fare. Il tutto però è condito da una chicca che ancora non vi ho raccontato…

Ma stiamo sempre tu ed io. A sto punto andiamo a vivere insieme.

Ad inizio anno, se qualcuno me lo avesse raccontato, non ci avrei mai creduto. Io, con lei, una casa, mah. Difficile a credersi ma bellissimo a viverlo. Io e Stefania abbiamo preso casa insieme. Dopo ricerche, visite alle case, scoraggiamenti e indecisioni, ce l’abbiamo fatta e insieme stiamo condividendo questa esistenza fatta di “Che cuciniamo oggi?” oppure “Li fai tu i piatti?” o ancora “Sono felice!” La convivenza è un passo importante e la si deve concretizzare con la persona giusta. Stefania è la persona con la quale riesco a condividere una giornata nel rispetto e nella complicità, nel sorriso e in un argomento serio.

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Ce l’ho fatta in poco tempo ed ora devo solo vivere con responsabilità e impegno. Non è semplice gestire una casa e possiamo dirlo, una convivenza. Ci saranno momenti di sconforto come del resto nella vita di sempre. Ma il bello di vivere insieme, sia il lavoro che l’amicizia, è proprio quello di avere sempre una parola di conforto quando serve o  avere a portata di mano una sberla per riattivare gli animi. Proprio perché lei sa ciò che vivo e sa come prendermi.

Polaroid e ricordi

Il mio primo obiettivo è stato quello di “addobbare” la mia stanza. Aver una stanza condivisa con un fratello non mi ha mai permesso di renderla a mia immagine e somiglianza. Ad oggi, posso aprire gli occhi e ammirare la foto che ho poggiato sul comodino ringraziando la vita dei regali che mi ha fatto. Il piumone dei miei e il pupazzo di quando ero piccolo sono sul mio letto perché amo ricordare. La chiamata di mia madre alle otto e trenta è una sveglia che non infastidisce perché non vede l’ora di sentire la mia voce e di sapere come ho passato la notte. Tutti momenti o aspetti di una vita che ho costruito e che ad oggi decido di affrontare da solo, con le mie forze e con i miei sacrifici.

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Un lavoro che diventa qualcosa di più

Non è la prima volta che vado via da casa, neanche la seconda. Diverse volte e in diversi luoghi ho già vissuto sola e lontana dalla famiglia d’origine. Ma qualcosa di diverso stavolta c’è. Stavolta è quella volta in cui senti che non ci saranno altri passaggi da mamma e papà ma al massimo trasferimenti in altre case proprie.

Con Clemente sono sempre andata molto d’accordo e non ho avuto dubbi quando gli ho chiesto di andare a vivere insieme. Del resto passavamo già molte ore nelle reciproche case per via del lavoro e poi anche in questo caso, le nostre esigenze e i nostri percorsi si sono incontrati: entrambi sentivamo il bisogno di spazi propri, di indipendenza, di una realizzazione. Perchè non farlo insieme condividendo lavoro, piaceri e soprattutto bollette?

Son passati circa dieci giorni da quando ci siamo trasferiti e come immaginavo, la coordinazione è perfetta: io cucino, lui lava i piatti, io lavo il bucato, lui passa l’aspirapolvere. Niente di più organizzato e funzionale. Siamo due ragazzi in gamba e volenterosi ma soprattutto tranquilli e senza grilli per la testa. Niente festini quindi, solo lavoro e faccende di casa!

Come proseguirà la convivenza? Senza dubbio meglio di quanto potessimo pensare. Questo nostro piccolo angolo di mondo è la nostra soddisfazione e ce ne prenderemo cura quotidianamente con amore. E’ il simbolo di una soddisfazione che viene dalle nostre forze, dalla voglia di ricominciare da zero per costruire qualcosa di importamte. Un passo per volta, superando ostacoli e con qualche caduta, riusciremo nel nostro intento. STAY TUNED!

Anni che sembrano vite: quante volte cambiamo nel corso del tempo?

Provando a digitare la parola età nei motori di ricerca, ecco che salta fuori una lista infinita di personaggi celebri quali Pamela Prati o Carlo Conti alla cui anzianità evidentemente molte persone sono interessate. Ma cosa rappresenta per me l’età? Quanto sente il trascorrere del tempo una poco più che trentenne come me?

Oggi vi parlerò proprio di questo, non del tempo inteso come quello necessario alla cottura di un buon pasto né di quello meteorologico, argomenti probabilmente più sentiti e digitati nel web. Vi parlerò invece del tempo inteso come dimensione di cui facciamo parte, più o meno inconsapevoli ma che inevitabilmente ci porta a riflettere.

Se mi volto indietro, rivedo immediatamente quella ragazzina appena ventenne, ribelle e impavida che combatteva contro il mondo intero e non accettava compromessi. Una piccola donna che cercava di affermarsi attraverso convinzioni rigide e poco malleabili, per lo più di rottura con l’ambiente circostante.

Dopo appena qualche anno mi ritrovo invece qui a fare i conti con le mezze misure e le tonalità di grigio, mai prese in considerazione prima. A trent’anni ti ritrovi costretto a scegliere tra priorità e voglia di salvare il mondo, tra esigenze, tra bisogno di concretezza e un animo ancora appassionato che si aggrappa agli ultimi fulminei pensieri di libertà.

Crescere lo dico sempre, ti cambia. Non tanto nel carattere i cui tratti peculiari restano per lo più gli stessi. Crescere ti cambia nel modo di affrontare la vita e le situazioni che ti mette di fronte. E non è mancanza di personalità, anzi. La propria personalità si definisce attraverso esperienze di confronto e di messa in discussione di sé stessi, attraverso la flessibilità e lo spirito di adattamento. Non concedersi ma imparare ad ascoltare. Non cedere ma trovare la via migliore per raggiungere degli obiettivi che è importante porsi e perseguire lungo il cammino della vita.

A vent’anni si vuole spaccare il mondo, scappare di casa e provare esperienze estreme. A trenta si cerca il modo migliore per vivere bene in questo mondo, costruirsi la propria casa e il proprio ambiente e arricchirsi di esperienze utili e positive. Nessuna colpa, nessuno sbaglio. Tutto fa parte del percorso di crescita e immagino che fra altri dieci anni sarò qui a scrivere cose ancora diverse. L’importante è vivere nel presente in armonia con sé stessi senza aggrapparsi al passato né programmare un futuro troppo lontano. Ponetevi degli obiettivi ma concentratevi sulle strategie del presente e adattatele ai cambiamenti.

La mia parola chiave di oggi? Senza dubbio spirito di adattamento.

La mamma sa sempre tutto – Coming Out Day

La mamma lo sa. La mamma sa sempre tutto. 

Ti sei mai chiesto come mai tua madre riesce a capire qualsiasi cosa della tua vita? Anche solo guardandoti negli occhi riesce subito a comprendere il tuo stato d’animo. Una giornata andata male, un’amicizia finita, una delusione in amore, in ogni cosa che accade nella tua vita la donna più importante della tua vita è pronta a sostenerti e anche se tu non hai voglia di parlare lei è lì. Ti guarda. Ascolta i tuoi silenzi e pazientemente attende il momento in cui tu voglia parlare. 

Ci sono gli amici, è vero. Ma per quanto un amico possa consigliarti, possa rendere la tua giornata migliore con un sorriso o una parola di conforto, l’abbraccio di tua madre cambierà ogni cosa. 

Nella mia vita è sempre stato così. Il consiglio di mia madre ha sempre cambiato tutto, ogni cosa, in meglio. Sin dall’adolescenza mi ha sempre donato quella forza in più per affrontare attimi di vita. Ancora oggi a trent’anni non posso fare a meno del parere di mia madre. 

“Mamma sono gay!”

“Sei mio figlio e ti amo. Questo basta”.

E lei mi abbracciò.

Un ricordo profondo del quale sono particolarmente geloso e che porterò per sempre nel mio cuore. Non è stato facile ammettere a me stesso quello che sono. Sono sempre stato un po’ influenzato da fatti esterni, da ciò che poteva pensare la mia famiglia, i miei amici o semplicemente da tutto ciò che mi circondava. Negli anni le cose sono cambiate. Ho trovato l’amore che ha cambiato il mio modo di vedere le cose, le parole di mia madre mi hanno dato la forza di affermare chi sono, senza avere il timore di commenti o giudizi. “Ho solo paura che la gente possa farti del male”. Ecco, questo è stato il primo timore di mia madre. Gli ignoranti possono farti del male, la tua stessa famiglia può farlo – perché ammettiamolo, non tutti hanno parenti “poco serpenti” – le parole di persone bigotte possono farlo. Ma del resto, poi penso alla famiglia che mi sono creato, alle persone che mi amano a prescindere dai miei gusti sessuali. Sono felice perché ho mia madre che mi abbraccia e mio padre che mi guarda con occhi di soddisfazione. Sono felice perché ho incontrato persone che mi hanno permesso di essere sempre quello che sono. Sono felice perché sto affermando me stesso nella sicurezza, nella caparbietà e nella voglia di vivere. 

C’è chi lo aveva capito, chi ancora no. A molte persone l’ho confidato, ad altre ho espresso la mia felicità di uomo innamorato. Ma penso basti sapere che io sono Clemente, e non c’è altro da aggiungere. 

Questo blog è per tutti quei ragazzi che ancora oggi vivono nella solitudine dell’insicurezza. Parlare con la propria madre riapre quelle porte della fiducia in sé stessi. Del resto, tua madre è la persona che prima di tutti ti ha cullato e toccato con le mani dell’amore. Sarà difficile, io mi ritengo fortunato, altri lo saranno di meno ma quella frase “Sei mio figlio e ti amo” vince sempre su tutto. 

L’ UNICORNO che è in noi

Un corpo di cavallo e corno al centro della fronte: questo è l’UNICORNO, animale frutto di immaginazione.

Il nome deriva dalle parole latine uni e cornu che stanno proprio ad indicare la caratteristica peculiare di questa figura ovvero la presenza di un corno sul viso probabilmente dotato di poteri magici. Si pensava infatti anticamente che se il corno fosse stato rimosso, la creatura sarebbe morta.

Chi non ricorda il celebre cartone My Little Pony? Solo nostalgia? Eppure da questa sua prima apparizione in TV fino al Frappuccino di Starbucks, l’unicorno è diventato una vera e propria icona dall’aspetto colorato e ricco di luci che oggi spopola sui social network.

Ma cos’è per noi l’unicorno? Perché abbiamo scelto di essere rappresentati da un simbolo fiabesco e, se vogliamo, anche un po’infantile?
Tutto è nato tra i banchi di un corso di Marketing e Comunicazione in cui ci era stato assegnato un progetto. Il progetto si ispirava all’unicorno come tendenza del momento per passare poi a un concetto ampliato che si fondasse sul prefisso UNI.

Unicorno è originalità, da qui la parola UNICO ad indicare la peculiarità di ogni individuo.

Unicorno è quella parte di noi legata all’infanzia, alla fiaba e alla magia per cui è UNIVERSALE.

L’Unicorno è anche un simbolo conosciuto da tutti e trasversale, da qui UNISEX.

Per noi il mondo UNI è un mondo che rompe le barriere, che va al di là degli stereotipi, che non guarda al colore della pelle, all’orientamento sessuale, ai gusti e alle scelte personali. Banale? Forse si ma ancora troppo poco radicato nella mente delle persone.

Tutti noi siamo UNI, abbiate solo il coraggio di tirarlo fuori!

Lascio tutto, torno ad essere me

Quanta strada ho fatto prima di arrivare su questo blog, prima di creare tutto ciò che ho introno ora. Tanti gli scalini, tante le cadute e tantissime le delusioni eppure sono felice di digitare questi tasti e raccontarvi chi sono e come è diventato il Clemente di oggi.

Quanta strada ho fatto prima di arrivare su questo blog, prima di creare tutto ciò che ho intorno ora. Tanti gli scalini, tante le cadute e tantissime le delusioni eppure sono felice di digitare questi tasti e raccontarvi chi sono e come è diventato il Clemente di oggi.

Ho sempre amato essere disponibile verso gli altri e dare il meglio di me in tutto ciò che faccio. Lavorare, essere indipendente, vivere dei propri sacrifici, è sempre stata una soddisfazione che dovevo raggiungere. Da solo, senza l’aiuto di nessuno. Sono una persona particolarmente orgogliosa, a tratti gelosa, eternamente presa dalla vita e dalle persone. Molte volte, però, questo amore, questa mia continua disponibilità, è stata un fardello che mi sono portato sulle spalle. Mia madre mi ha sempre detto: “Impara a dire di no, qualche volta”. Il mio orgoglio però mi diceva “Questi sforzi ti porteranno da qualche parte, continua così”.

Ma la mamma ha sempre ragione.

Sono diventato ufficio stampa di una piccola azienda del territorio, poi social media expert, poi fotografo, poi videomaker, poi… non ero più Clemente. E’ vero, ero soddisfatto perché stavo facendo ciò che mi piaceva, stavo diventando ciò che sempre avrei voluto essere: indipendente. Ma quanto vale tutta questa indipendenza rispetto all’essere se stessi, all’essere felice. E’ stato bello poggiare la testa sul cuscino e sorridere soddisfatto della fatica fatta durante la giornata. Fino a quando quel sorriso si è spento e mi addormentavo senza più quella curva sul volto. Viaggiavo, lavoravo, mi ero dimenticato di me e di ciò che Clemente voleva davvero fare: scrivere. Dove era finito quel giornalista ambizioso che amava leggere la propria firma su quotidiani o settimanali? Dove era finito quel ragazzo che si accontentava di poco?

Non rinnego il passato. Non rinnego quanto ho vissuto negli ultimi anni. Penso solo che tutto ciò mi ha reso quello che sono oggi e mi ha fatto capire quanto di bello ci possa essere in uno sforzo, in una soddisfazione, nella libertà di scegliere. Del resto, essere freelance significa proprio questo: sentirsi libero di lavorare come si vuole e con chi si vuole.

“Non sei un professionista!” oppure “Non sei nessuno” o ancora “Sei ancora un bambino”.

Qualcuno vi ha mai detto queste cose? Vi assicuro che non è per niente bello sentirsele dire e immagino non siano nemmeno belle da dire. Non sarò nessuno ma ad oggi con questo nuovo progetto, ho la fortuna di collaborare con aziende che mi lasciano la libertà di mettere in gioco il mio talento. E questo mi basta. Sono un professionista e se in passato qualcuno ha negato questo, significa che non aveva capito quanto Clemente potesse dare e soprattutto regalare. Non sono un bambino perché ho avuto il coraggio di lasciare tutto ed essere felice, di essere me stesso.

Mettete in gioco la vostra unicità.

Ho ritrovato Clemente, ho rispolverato la mia professionalità e sto facendo in modo che questa possa maturare sempre più grazie a formazione ed esperienza. Ad oggi sento di potervi dare questa consiglio: scegliete voi come vivere, date retta solo al vostro cuore e con impegno e determinazione potete arrivare ovunque voi vogliate. Siete #UNI ed è proprio grazie a questa vostra unicità che potete realizzare i vostri mille sogni.

Crescere ti cambia

Nella mia biografia ho accennato a un’esperienza all’ estero, precisamente in Inghilterra. Oggi voglio raccontarvi di più.

Non era la mia prima volta all’estero ma soprattutto non era la prima volta che mi trasferissi per un periodo più o meno lungo in Inghilterra. Avevo già vissuto lì all’età di 18 anni quando dopo il diploma decisi di prendermi un anno di pausa prima di iscrivermi all’università o meglio, prima di decidere se l’università fosse la strada giusta per me.

Ero piena di entusiasmo, piena di voglia di imparare una nuova lingua e immergermi in una nuova cultura. Ricordo che passavo le giornate tra college e biblioteca, approfondendo ogni aspetto della vita inglese. Al college conobbi tantissimi ragazzi provenienti da ogni angolo del mondo: Francia, Bangladesh, India, Thailandia, Repubblica Ceca e imparare e migliorare l’inglese attraverso i loro curiosissimi accenti fu davvero divertente!

Tornata in Italia dopo un anno per intraprendere il percorso di studi a Napoli, mi ripromisi che in Inghilterra ci sarei tornata e in modo definitivo.

Ma come si sa, spesso le cose vanno diversamente da come ci si immagina. Lì ci sono tornata, certo, perchè quando mi pongo un obiettivo è difficile che non lo raggiunga. Ma a 30 anni è diverso. A 30 anni hai una visione del mondo completamente cambiata e non sei più la ragazzina diciottenne che vuole salvare il mondo.

Sono tornata a Bedford, la città più italiana del Regno Unito, per lavorarci. L’entusiasmo iniziale era comunque tanto ma pian piano mi son resa conto che le mie proprità erano cambiate e che quel bisogno di fuga che mi aveva accompagnato la prima volta, non faceva più parte di me. E un buon lavoro non è bastato a trattenermi. Non è bastato perchè non era un lavoro che mi rendeva felice, perchè la mia famiglia e gli amici erano lontani e perchè sentivo di esser più vicina all’Italia di quanto mai avessi pensato.

E quindi rieccomi qui, con questo nuovo progetto di vita e convinta che questa sia la strada giusta da percorrere verso la serenità e la piena soddisfazione.

Essere UNI con poco.

Tutto è nato per caso, tra un twix diviso in due e un unicorno che ci fa da mascotte.

Stefania è la sorella della mia migliore amica e tornando indietro di qualche anno, mai mi sarei aspettato di riuscire a condividere qualcosa con lei. Mondi troppo diversi, pensieri particolarmente distanti, vite tanto lontane. Eppure ci siamo ritrovati a vivere un’esperienza che ha permesso ad entrambi di far emergere un desiderio: l’unicità.

Non vogliamo vantarci ma è palese: ognuno è unico nel proprio genere. Uomo, donna, alto, basso, gay, bisex, calvo, capellone, tutti abbiamo quella particolarità che ci contraddistingue dal resto del mondo. Per esempio, trovatemi un ragazzo alto precisamente 195cm, calvo con la testa a punta. Visto? Forse esisterà un ragazzo come me a Timbuktu, ma ad oggi ancora non ne ho visti altri. In Stefania ho trovato questo. E’ unica ed è orgogliosa di esserlo. Nella sua timidezza, nella sua dolce intimità crea un mondo dove poesie e musica, parole e pensieri, riescono a comunicare con il mondo esterno. Per quanto siamo diversi – in tutto – abbiamo quel punto in comune che ci unisce. Entrambi siamo convinti che in un futuro riusciremo a creare qualcosa di grande. Entrambi, dopo tanto impegno e delusioni, ci siamo ritrovati tra i banchi di scuola ad imparare concetti nuovi, a metterci in discussione.

Sarà stato un caso, sarà stato il destino, ho incontrato Stefania ad un corso di social media marketing. Ci fu affidato un progetto: la nascita e la comunicazione di un prodotto e come inserirlo nel mercato. Decidemmo di puntare su uno zaino utile per tutti, chiamato UNI. Unico, universale ed unisex, uno zaino capace di soddisfare le esigenze di qualsiasi persona. Chi avrebbe mai detto che da un progetto del tutto irreale, sarebbe nato un team fantasticamente concreto?

Abbiamo deciso di unire le forze e rendere quelle tre lettere uno stile di vita. Un colore pastello è UNI, un abbraccio dato all’improvviso è UNI, il profumo del caffè al mattino è UNI, cantare con radio ad alto volume è UNI. Per quanto siano situazione o gesti del tutto normali e che ogni giorno ci capita di vivere, sono del tutto unici. Tutto dipende dai tuoi occhi e dal tuo punto di vista. Ognuno di noi ha una bellissima visione della realtà, ha un’immagine ben precisa da voler anche concretizzare rispetto a ciò che vede. Noi vogliamo questo: realizzare ciò che il cervello vuole ma che gli occhi ancora non vedono. Se a questo ci aggiungiamo anche il cuore, beh… siamo a cavallo. Meglio ancora, siamo pronti a galoppare su di un unicorno.