Cuore e unicità, i talenti di Valentina

Ricordo come fosse ieri…

Con la sua gonna a campana e ritratti in sfumature di grigio di Marilyn Monroe, stivaletti neri e lupetto. La classe chiamava e lei faceva il suo ingresso in quella che sarebbe stata la sala pose della giornata. Insieme avremmo collaborato ad un servizio fotografico, lei la stylist del momento che avrebbe incantato tutti con i suoi capi, unici e mai visti prima. Restai a bocca aperta. Trasparenze eleganti, pizzo raffinato e applicazioni luminose che donavano luce anche a chi premiava l’oscurità. Si, lei ha portato la luce e l’eleganza, e continua a farlo tutt’oggi con il suo cuore grande.

Valentina D’Alessandro, alias Seta. Tutti la ricordano con il nome di uno dei tessuti più delicati e invidiati. Per la sua bellezza, per la sua autenticità al tatto, per la sensazione di incanto a contatto con la pelle. In un periodo così importante per l’Italia e per il mondo intero, allenamento al coraggio e alla forza di vivere, Valentina ha voluto esprimere tutta la sua solidarietà e amore con 40 metri di stoffa proveniente dal suo atelier – tra cotone, lino e canapa – per la realizzazione di oltre mille mascherine. Ecco, lei è Valentina Seta. Cuore, anima ed eleganza per il suo lavoro, per gli altri.

Ma conosciamo meglio il suo mondo incantato.

Chi è Valentina D’Alessandro?

Valentina D’Alessandro è una style-influencer, titolare e stylist di Atelier Seta e speaker radiofonica, un animo delicato e al contempo determinato. Una donna che crede ancora nella magia e nell’incanto e che ha un occhio sempre vigile sul mondo, che osserva con grande sensibilità, ed è magneticamente attratta da tutto ciò che ha in sé la bellezza, sua musa d’ispirazione.

Seta, un nome delicato quanto importante per la tua vita. Ce ne parli?

Questo nome proviene da un libro che piaceva molto a mio padre, Seta di Baricco, infatti il nome dell’Atelier è una dedica a mio padre.

Quando hai realizzato il tuo primo abito? Cosa hai provato nel toccarlo con mano?

Ho realizzato il mio primo abito da piccola, aiutata da mia madre. Era un abito di tulle rosa, romantico e principesco. In quel momento, nel toccarlo, ho subito immaginato che quello sarebbe stato il mio futuro.

Se dovessi scegliere di collaborare con una grande casa di moda quale sceglieresti e perché?

Dior, con Maria Grazia Chiuri, senza ombra di dubbio.

Realizzi anche abiti da sposa, particolari, unici nel suo genere. Qual è lo stile che preferisci?

Certo, gli abiti da sposa Seta sono realizzati su misura per ogni cliente, sono un viaggio tra i desideri della sposa.
Lo stile che preferisco é il “New romantic”.

Cosa ti emoziona di più nel tuo lavoro?

Quello che più mi emoziona del mio lavoro è esprimere ciò che ho dentro attraverso le mie creazioni.

La tua nuova collezione è una vera e propria favola…

La mia nuova collezione è un’ode alla leggerezza all’insegna della poesia.
I colori vanno dal rosa cipria al verde salvia volti a creare una palette delicata di nuances più chiare a quelle più scure.
Tulle sovrapposto, giochi di ricami, crêpes satin e piume di struzzo sono i protagonisti della mia nuova capsule.
Per realizzare i fiori in tre d che sbocciano sulla nuova collezione “Once Upon a Dream” sono stati necessari 100 metri di fila di Seta.

Italian Fashion Talent Awards, un grande riconoscimento e soprattutto un’immensa soddisfazione. Quali sono state le tue emozioni?

Ho provato felicità e soddisfazione, mi sono emozionata; non mi aspettavo di vincere ma in fondo al mio cuore è un premio che desideravo tanto perché questo lavoro comporta tanti sacrifici ed essere imprenditrice qui al sud è una sfida quotidiana.

Cosa vuol dire per te unicità?

L’originalità è fondamentale, ognundi noi ha un proprio talento da coltivare. Ognuno ha la sua storia. Le persone mi fermano per dirmi che hanno visto un mio abito e lo hanno riconosciuto subito. Persino sui social c’è un’inversione di tendenza oggi. Va di moda la naturalezza. La gente vuole vedere ciò che fai non in modo costruito. Inoltre bisogna trovare il proprio stile e perseguirlo, ispirandosi non copiando. È una questione di personalità; si sceglie il capo di uno stilista, lo si combina con un altro low cost, con un pezzo vintage, con un accessorio originale e il gioco é fatto.

Un aforisma che ti rappresenta e che possa descrivere il tuo essere.

Non seguo le tendenze, seguo i sogni.

 

Revival Factory, la moda dal filtro vintage con Sara e Simone

Sono sempre stato un ragazzo alla moda. Non definitemi superficiale, ci tengo a vestire “sistemat” – come direbbe mia madre. Sarà che vengo da una discendenza di narcisisti cronici: mio padre che in età da giovincello andava ogni due giorni dal barbiere; mio nonno che lasciava sempre una scia di dopobarba in giro per casa; mia madre che ci teneva sempre a rientrare in una taglia tra la 42 e la 42 e mezzo; mia nonna che si divertiva a rendere il bagno una camera opacizzata per tutta la lacca splend’or che spruzzava. Questo per dirvi che una camicia particolare, un paio di jeans denim alla Beverly Hills e un maglioncino alla Grease, sono i componenti fondamenti per un armadio alla moda, che supera ogni distanza di tempo e spazio.

“Tu sei vecchio, guarda che calzini che metti?!” Embè? Calzini con i fiorellini, il maglioncino del nonno e quella camicia a quadri non sono un sinonimo di Steve di Otto sotto un Tetto, bensì sono gli accessori e indumenti perfetti per un uomo vintage. Il cosiddetto amante di epoche mai vissute. Eccomi. Alzo la mano. Al giorno d’oggi chi non lo è almeno un po’.

Comunicazione eccellente, stile inconfondibile e accessori particolari, Revival Factory sposa perfettamente il mio pensiero. Nel giugno del 2019 mi sono ritrovato a vivere una bellissima esperienza: shopping vintage. Camice, jeans e tutto ciò che un armadio di altri tempi possa contenere, ecco cosa ho trovato in un piccolo store del salernitano. Simone e Sara mi hanno accolto nel loro mondo e da mesi ormai decido di farmi un regalo ogni tanto e vestire i loro capi. Ho deciso di raccontarvi la loro storia, il loro spazio in cui ogni persona può immergersi per sentire il profumo degli anni 60 e non solo.

Raccontatemi chi sono i creatori di questo mondo parallelo dal nome Revival Factory. 

Simone – Dadaista, stoico, ermetico, ricottaro, opinionista. Praticamente un imbecille. Appassionato di fotografia, grafica e disegno, senza un senso ben preciso decido di trasferirmi a Roma per studiare Economia. È proprio lì, tra i vicoli surreali del quartiere Monti, che entro in contatto con il mondo del vintage. Nell’Agosto del 2017 mi laureo con una tesi sulle policy per combattere il riscaldamento climatico. Avevo la valigia pronta per trasferirmi ad Amsterdam per un master in Gestione delle Industrie Creative quando improvvisamente perdo quasi del tutto la vista. Adesso non distinguo più alcun colore e non vedo più lontano della punta del mio naso.

Sara – Ex scout. Ex baby-sitter. Ex vallet. Ex promessa di almeno dodici sport diversi. Ex futura ostetrica. Dopo una serie di delusioni mi sono trasferita a Nottingham, in Inghilterra, per lavorare e rimettere i pezzi rotti a posto. Nel 2017 sono tornata in Italia, quando mi sono resa conto che tutti quei pezzi rotti stavano per tagliarmi le mani. Durante quella parentesi della mia vita ho allargato i miei orizzonti, ho conosciuto nuove culture e ho imparato la bellezza della diversità. Tutto questo ha inevitabilmente influito sul mio modo di essere e di intendere la moda.

Un mondo particolare capace di soddisfare un cliente dall’animo vintage e non solo. Da dove nasce la vostra idea?

Siamo inseparabili da quando siamo nati perché i nostri genitori hanno avuto la sfiga di stringere amicizia durante il liceo. A cinque anni giocavamo al cliente e al commesso che sostanzialmente funzionava così: uno tirava fuori tutti i suoi vestiti più belli, l’altro li comprava con i soldi del Monopoly. Poi arrivava mamma con la cucchiarella ma alla fine metteva a posto lei.

Due anni fa, un po’ per gioco, un po’ per noia, un po’ perché la voglia di riscatto era tanta, abbiamo deciso di aprire una pagina Instagram per vendere alcuni capi di seconda mano, talvolta impreziositi da alcune modifiche sartoriali fatte da noi. L’obiettivo era divertirci, diffondere uno stile troppo di nicchia, sdoganare la cultura del riciclo.

La formula era molto semplice: mettevamo insieme articoli dello stesso colore, ci divertivamo a dare un nome a quest’ultimo, scattavamo le foto e le pubblicavamo sul social network. Consegnavamo i pacchi personalmente e personalmente li andavamo a riprendere quando la taglia non andava bene. Il nostro era una sorta di e-commerce in cui i corrieri erano anche i gestori della pagina Instagram, i modelli, i fotografi, i direttori artistici. Non mostravamo mai i nostri volti, sia perché la depersonalizzazione era essenziale per capire il reale grado di apprezzamento di ogni articolo in vendita, sia perché ci piaceva cambiare faccia così come passavamo da un universo cromatico all’altro. In effetti le maschere sono parte integrante del nostro concept e ora che siamo diventati dei bimbi grandi le abbiamo associate ad un più profondo sistema valoriale. Abbiamo infuso le nostre anime all’interno di un’idea molto semplice e ne è venuto fuori un progetto dal carattere pop e riconoscibile che abbiamo chiamato REVIVAL FACTORY.

Come ricercate i capi da proporre ai clienti?

La scelta dei capi è la parte in cui alterniamo momenti di euforia ad attimi in cui vorremmo prendere la rincorsa e colpire il muro con una testata. Il passaggio immediatamente precedente è l’ideazione della collezione, che nel nostro mondo è molto più di un insieme di articoli affini. Nel momento della scelta dei capi abbiamo già la nostra idea in mente (e credeteci, la maggior parte delle volte le nostre sicurezze si trasformano nei nostri peggiori nemici). Ci piace immaginare le nostre capsule collection come piccoli ecosistemi fatte di storie, ispirazioni, ricordi, valori, persone, personaggi. Ogni collezione è caratterizzata da uno stile, ma soprattutto da un colore unico che funge un po’ da minimo comune multiplo di tutti gli articoli presenti. Adesso torniamo al momento in cui ci troviamo davanti migliaia di meravigliosi capi vintage e dobbiamo rifornire la FACTORY. Tutti i capi che sceglieremo dovranno concorrere a creare la storia che abbiamo in testa, pezzo dopo pezzo, come un puzzle completato in una precisa sequenza, rispettando la tonalità della collezione e ciò che vogliamo comunicare attraverso essa. Con il colore e l’immaginario che vogliamo creare in mente nessuno ci può fermare. Ad eccezione di un esaurimento nervoso.

Revival Factory non è solo uno store, è un piccolo mondo che profumo di storia. A quale epoca vi rifate?

Il nostro modus operandi ci ha resi inevitabilmente camaleontici. Lavorare ad un progetto del genere è un po’ come vivere perennemente in San Junipero (per chi non la conoscesse, stiamo parlando della sgargiante 3×04 di Black Mirror, nonché nostra prima collezione). Un po’ come Yorkie e Kelly, anche noi andiamo avanti e indietro nelle epoche storiche a nostro piacimento, cercando di trarre la parte più divertente da ognuna di esse. Se le protagoniste avevano trovato il loro paradiso artificiale in San Junipero, noi abbiamo trovato il nostro con REVIVAL FACTORY.

Se Revival Factory fosse una serie tv, quale sarebbe?

Anche stavolta ci risulta impossibile dare una risposta secca. Nel passato siamo stati Orange Is The New Black, Stranger Things, Breaking Bad, The Handmaid’s Tale, Game of Thrones, Westworld, Black Mirror e Beverly Hills 90210. Adesso invece siamo il Principe di Bel Air, di un viola brillante e dallo stile anni 90, sportivo e appariscente. Date un’occhiata a BEL AIR, la nostra ultima collezione. Siamo sicuri che non ve ne pentirete.

Se, invece, un capo d’abbigliamento?

Una salopette in denim. È tutto ciò che cerchiamo in un capo di abbigliamento: è unisex, comoda, resistente, versatile e personalizzabile. È decisamente risvoltino-friendly e si può indossare con entrambe le bretelle abbassate o solo con una, un po’ come faceva Willy.

Ricordate la prima vendita? Quali sono state le vostre emozioni?

Prima collezione: TIFFANY DOGGET, color Tiffany.

Caricammo le foto e dopo pochissimo ci contattò Martina per una camicia anni 90 da uomo. L’avevamo fotografata prima indosso ad un ragazzo, poi indosso ad una ragazza, semplicemente perché ci sembrava carina in entrambi i modi. La prima cosa che abbiamo pensato è stata: “ok è uno scherzo.”

La seconda è stata: “daje.”

Non riuscivamo a credere che la nostra idea avesse funzionato in così poco tempo, che eravamo riusciti a comunicare affidabilità e serietà, che lo stile che volevamo proporre potesse essere apprezzato fin da subito.

Oltre ad averci fatto battere il cuoricino per la prima volta, Martina ci ha insegnato che una buona idea può essere frutto di una casualità e che l’80% di ciò che offriamo al pubblico deve essere unisex. Da lì in poi, infatti, quasi tutte le camicie vintage (sia da uomo sia da donna) sono state proposte sia su un fisico maschile sia su uno femminile, e i risultati sono stati incredibili. Dal punto di vista estetico, ci saremmo aspettati una sorta di appiattimento del genere, in cui le foto con due fisici diversi potevano assomigliarsi. Invece ci siamo sorpresi che ne è venuto fuori l’esatto contrario. Tutti i capi si adattavano perfettamente alle forme maschili e femminili, accentuandone, paradossalmente, le differenze.

Abbiamo rivisto Martina la sera dell’inaugurazione del nostro vintage store e una particolare forma di sindrome di Stendhal ci ha colpiti come un colpo di defibrillatore.

Siete degli amanti della moda, quale consiglio dareste agli stilisti emergenti?

Forse per noi sarebbe stato più semplice dare un consiglio tecnico a Samantha Cristoforetti riguardo la propulsione aereospaziale dei satelliti artificiali ma in ogni caso ci proviamo.

In base al nostro modo di intendere la moda, agli stilisti emergenti vorremmo consigliare di osare e ricercare, di andare indietro nel tempo e lavorare sulla sostenibilità dei loro capi. Se da un lato è importante rispondere alla domanda di massa, dall’altro è fondamentale tenere conto di tante altre nicchie di mercato che non riescono a sentirsi rappresentate dall’offerta attuale. L’abbigliamento deve essere un mezzo di espressione personale. Questo è il motivo per cui noi amiamo i capi unici e dalla forte personalità. Andare oltre i propri confini significa, quindi, essere in grado di pensare fuori dagli schemi imposti dal mainstream e provare a rispondere a una domanda: cosa voglio esprimere con questo capo? O meglio, cosa voglio che questo capo dica di chi lo indossa? Tutto ciò è possibile solo attraverso la ricerca che inevitabilmente porterà a ripescare le tendenze del passato, riproponendole in varie declinazioni a seconda della propria firma stilistica. Il mercato, inoltre, pretende rapidità e la rapidità, spesso, va a discapito della qualità e non solo. La fast fashion ha svilito il concetto di abbigliamento, proponendo migliaia di articoli identici usa e getta, privi di anima ed etica. La produzione di massa, delocalizzata e incurante dei materiali utilizzati, dell’ambiente e della manodopera sfruttata ha reso l’industria della moda semplicemente insostenibile.

Definite la moda di oggi con tre aggettivi.

Fast, lunatica, ma anche revival.

Prospettive future?

Crescere è co-creare. Il 2019 è stato un anno tanto bello e stimolante quanto difficile. La sensazione è stata quella di sfrecciare sulle montagne russe dopo aver mangiato due pizze salsiccia e broccoli. REVIVAL FACTORY è un progetto ambizioso e noi non vediamo l’ora di farvi vedere tutte le sue evoluzioni. Da tempo stiamo lavorando alla giusta formula per il nostro e-commerce. Le carte sono già tutte sul tavolo ma non vogliamo scoprirle prima di essere certi che l’esperienza d’utilizzo sia davvero capace di teletrasportarvi nel nostro pianeta fatto di colori, fantasie, tessuti e storie. Abbiamo tanti progetti in cantiere che si incastrano insieme e funzionano solo se tutti gli ingranaggi girano contemporaneamente. Da sempre abbiamo voluto che la nostra piccola fabbrica fosse un network di creativi, un incubatore d’arte fatto di idee, proposte e co-creazione. Vogliamo continuare a lavorare con musicisti e stringere nuove collaborazioni con artigiani e innovatori.

Odiamo gli spoiler, ma solo quando li fanno a noi, pertanto vi anticipiamo che la nostra prossima creatura sarà un meraviglioso progetto di stampe e poster che raccontano la nostra storia, il nostro brand e i nostri valori, attraverso tre personaggi-simbolo che riflettono l’essenza di REVIVAL FACTORY. Dopo avervi proposto svariati cult della cultura pop attraverso le nostre lenti colorate, adesso è arrivato il momento di parlarvi del nostro racconto.

Cari amici, è arrivato il momento di raggiungere Revival Factory in Via XX settembre 39-41, Salerno. Vi consiglio anche di dare uno sguardo al loro account Instagram, clicca qui.